1959-2009: quale destino per il Tibet?
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Oggi corrono cinquant’anni precisi da quando un’aperta ribellione dei tibetani alla dominazione cinese si tradusse in una tragedia.
I morti stimati tra gli insorti furono addirittura oltre ottantamila.
In allora il Dalai Lama venne costretto all’esilio e dovette chiedere asilo politico in India
L’anno scorso, in questa data vennero realizzate grandi manifestazioni di protesta che anche questa volta le autorità cinesi spensero nel sangue.
I morti furono forse centinaia, migliaia gli arrestati.
Si era in prossimità delle Olimpiadi di Pechino e vi furono proteste in tutto il mondo che tuttavia non produssero alcun vero risultato.
La Repubblica Popolare Cinese continua a considerare insindacabilmente proprio il territorio tibetano, proseguendo in una politica, da una parte di tentata assimilazione, dall’altra di immissioni etniche volte a indebolire il peso delle stirpi locali e a farle divenire minoranza.
Si tratta, in pratica, di un tentato omicidio culturale.
Il Dalai Lama, in realtà, non chiede molto.
E’ pronto a trattare per una condizione di autonomia che non neghi l’appartenenza alla grande nazione cinese.
A tutt’oggi le risposte ottenute sono tutte pesantemente negative.
In gioco c’è ovviamente anche il controllo di ingenti risorse economiche.
Ma la Cina ha forse paura che, sull’esempio del Tibet, anche altre regioni etnicamente particolari e diverse possano richiedere analoghe libertà.
L’opinione pubblica mondiale è per lo più favorevole alle ovvie ragioni tibetane e ha grande stima per quel popolo e per il suo leader, che è oltretutto una grande e stimata guida morale e religiosa.
I governi occidentali ne hanno sostenuto solo in parte le rivendicazioni, per non giocarsi le relazioni politiche e commerciali con la nuova grande potenza.
Oggi si terranno molte manifestazioni, ma la realtà rimane difficile.
Forse solo se si aprisse un vero processo di democratizzazione della Cina, vi potrebbero essere spazi per l’avvio di una trattativa seria e di una pacificazione generale.
Il Tibet lo merita e la grande potenza potrebbe acquisire nuovo e giusto credito dai riconoscere un diritto che sta nelle logiche della storia.
Sergio Tazzer, il ligure
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