Nuova repressione cinese nello Xinjang

Il presidente cinese atterra in Italia per condurre colloqui con il nostro Governo e con un rilevante stuolo di imprenditori.
Giunge con la consapevolezza di un ruolo ormai acquisito e sa che ormai non di G8 si potrà parlare in futuro, ma di un’assise allargata che dovrà invitarlo e ascoltarlo per benino.
Quelle che guida è una superpotenza con cui non bisogna scherzare e ogni critica al regime di cui è capo e alle repressioni che attua deve chinare il capo di fronte alla perenne ragione di Stato.

Ebbene:cosa accade però in Cina.
Giunge notizia che nella regione dello Xinjang, a Urumqui, sono avvenuto scontri costati almeno centoquaranta morti, ma il bilancio dovrebbe salire, e più di ottocento feriti.
In realtà si è trattato della solita dura contro una pacifica di , l’etnia originaria che popola quel territorio,la quale protestava per due propri cittadini uccisi lo scorso 26 giugno.
Noi siamo abituati a considerare la situazione del Tibet, dal quale, peraltro , non giungono più chiare notizie né vi è mobilitazione come accadeva alcuni mesi fa.
Vi sono anche altre regioni che il Governo cinese cerca di assorbire e di mettere a tacere, attraverso una politica migratoria in grado di alterare gli equilibri del popolamento, e la riduzione forzata di ogni ricerca di più forti e reali autonomie.
Gli sono di lingua turcofona e di religione mussulmana.
Rappresentano una delle etnie ponte tra l’Asia Centrale e l’Estremo Oriente, stanziata lungo il percorso delle antiche vie di collegamento tra est e ovest.
Da sempre ha cercato di resistere alle volontà di e di da parte del potente vicino, ma oggi si trova in una situazione assai critica.
Gli abitanti di origine cinese sono ormai pari a quelli originari e le relazioni reciproche appaiono tutt’altro che buone.
Le spinte autonomistiche permangono ma devono fare i conti con una volontà pervicace di chiudere qualsiasi porta con qualunque mezzo.
Interessi economici e strategici spingono i cinesi ad agire nello Xinjang come nel Tibet.
Purtroppo nemmeno se ne parla e nessuno protesta

Sergio Tazzer, il ligure

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