Onore alla figura di Giuliano Vassalli

è dipartito senza clamore, nessuna fanfara al seguito e assenti pure quelle cortine di applausi, spesso privi di senso e di rispetto, che ormai pullulano intorno a molteplici funerali a onore non richiesto di chicchessia.
Era un padre nobile della nostra democrazia, per cui aveva lottato pagando di persona, con l’esempio , coi i fatti, sulla pelle e nel cuore.
Entrato nella dopo l’8 settembre 1943, fece ben presto parte della Giunta militare centrale del CNR.
Contribuì, con un’azione memorabile, a liberale Giuseppe Saragat e Sandro Pertini, futuri presidente della Repubblica.
Preso, subì il e le fino alla definitiva liberazione.
Dopo il 45’ iniziò la sua carriera di e di universitario presso diverse sedi.
Si impegnò, con vari ruoli, in politica, da vero socialista, aperto al nuovo, ma serio e onesto, sempre in linea con il dettato costituzionale.

Fu deputato e senatore, capogruppo, ministro di Grazia e Giustizia, candidato non eletto alla presidenza della Repubblica.
Venne comunque posto a guida della Corte Costituzionale, compito di grande responsabilità e prestigio che ricoprì con la solita capacità e rettitudine.
Ci ha ora lasciato alla veneranda età di novantaquattro anni.

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Irak: tirò le scarpe contro Bush, ora viene liberato

Le scene della sia protesta contro Bush fecero il giro del mondo e stimolarono l’.
Si era all’ultima dell’ex presidente americano nel paese invaso e l’intrepido giornalista Mountazer Al Zaidi gli lanciò contro le sue scarpe in segno di disprezzo.
Venne arrestato e condannato a tre anni, poi ridotti a uno soltanto a motivo delle crescenti, forti e diffuse proteste che me chiedevano la .
In carcere, afferma il fratello in un’intervista propostagli dal Times, venne torturato in vari modi, perché si rifiutava di produrre e inviare una lettera di scuse a Bush e allo stesso premier dell’Irak Al Maliki.
Devono avergliene fatte di tutti i colori
Avrà bisogno di tempo per riprendersi, ma la popolarità conseguita gli offrirà occasioni rilevanti per riattivare la sua battaglia di verità.
Perché di questo e di non altro si tratta.

Quel gesto fu emblematico e rappresentativo per l’intero popolo di quel martoriato paese.
Dimostrò, senza ombra di dubbio, proprio per le reazioni scatenate, quale guaio abbiano combinato gli americani nell’assurda gestione di quella insulsa guerra.
A sbottare fu un giornalista, non un ribelle o un esponente, magari straniero, del terrorismo internazionale.
Deve averne viste e sentite di cotte e di crude per scatenargli quella inedita reazione per cui ha tanto pagato.
Ed è quello che ormai sappiamo anche noi: un e condotto alo sbando, dove poco funziona e molto rimane appeso agli scontri tra fazioni e alla orrenda politica degli attentati.
Il terrorismo non c’era e ora c’è e combatte contro ogni normalizzazione.
Gli americani invece stanno ormai smobilitando.
Solo negli ultimi tempi hanno capito cosa non funzionava e hanno mutato approccio, ma non basterà a lasciare un buon ricordo presso una popolazione ridotta allo sfacelo.
Centinaia di migliaia di morti non sono un esito qualunque o una fatalità.
Oggi l’Irak fatica e riprendere fiato, ma ha bisogno proprio di gente come Al Zaidi per farlo col necessario vigore.

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Lubna Hussein: donna coraggio sudanese

A noi può sembrare irreale, ma il pianeta presenta casi di tutti i tipi e la discriminazione delle donne è un dato ancora estremamente diffuso.
Se si vogliono immettere novità o si esigono quelle che per noi sono normali libertà, in certi posti occorre rischiare di persona.
E’ quello che è accaduto in Sudan a , giornalista che ha anche collaborato con le Nazioni Unite.
Ebbene, durante una festa con alcune amiche nello scorso luglio, aveva osato nientemeno che vestire dei , dei normali jeans, per la precisione.
Occhi indiscreti hanno visto ed è scattata la denuncia.
Alcune sue compagne hanno accettato il teorico danno minimo: ovvero qualche buona frustata.
Lei no: ha deciso di andare avanti e di aspettare i processo.
Ebbene la condanna è immancabilmente venuta, ma ha messo da parte la fustigazione (di per sé rischiava ben quaranta frustate).
Gli è stato imposto di pagare un’ pari a 500 sterline sudanesi (circa 209 dollari) oppure un mese di carcerazione.
Lubna non si è fatta intimidire, combatte una e ha accettato di finire in prigione, pur di non assecondare i suoi detrattori.

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La San Suu Kyi nuovamente alla sbarra

Auung San Suu Kyi rischia ora di passare dagli arresti domiciliari direttamente al carcere.
Si era già detto e scritto che stava male.
Ora viene scossa da un nuovo episodio dal sapore romanzesco che la Giunta militare birmana ha subito assunto come per metterla ulteriormente fuori gioco.
La responsabilità è di un signor nessuno americano, entrato in Myamar con il visto turistico che le si è presentato improvvisamente alla porta, dopo averne raggiunto a nuota la casa, posta in riva a un lago.
Auung pare l’abbia ospitato per due giorni.
Sulla vicenda e sul personaggio rimangono tuttavia numerosi punti oscuri.
Sta di fatto che i militari hanno colto la palla al balzo e hanno accurato la San Suu Kyi di comportamento pericoloso per la sicurezza nazionale.
Lunedì prossimo vi sarà il e la pena prevedibile può raggiungere i cinque anni di ulteriore reclusione.
Il tentativo e di mettere la pericolosa attivista, ampiamente stimata e ascoltata in tutta la Birmania, del tutto fuori gioco.
Nel 2010 dovrebbero tenersi elezioni certamente pilotate ed è bene che chi ha idee davvero democratiche e le perora venga ridotto al silenzio più fondo..

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