Le elezioni In Afghanistan si sono tenute in agosto.
Ancora oggi non abbiamo la certezza dei risultati elettorali.
Di fronte allo sfacelo in cui versa il paese e ai pericoli di anarchia e di violenza diffusa che corre, il dato non conforta.
Un passo in avanti c’è stato compiuto ieri e subito sono fiorite le polemiche.
Ricorderete le accuse di brogli che hanno funestato la contesa, esponendola alle critiche e alla proliferazione dei ricorsi.
Ebbene, le denunce hanno puntualmente trovato i loro bei riscontri.
La Commissione reclami, supervisionata dall’ONU, ha confermato di aver prova di scorrettezze per almeno 250 seggi sui teorici 25.450 aperti al voto.
La realtà è ancora peggiore, forse, ma tale esito già basta a compromettere la certezza della vittoria di Karzai e a spingere verso il ballottaggio.
In gioco ci sarebbero circa un milione e trecentomila schede invalidate, secondo le stime dell’organizzazione Democracy International.
Il principale candidato dell’opposizione, il medico Abdullah, accetta il nuovo esito.
Karzai scalpita e accusa di invadenza il contesto internazionale e le Nazioni Unite: il suo potere subisce un nuovo colpo e dovrà ora vedersela con una situazione più complicata del previsto.
La palla passa alla Commissione elettorale indipendente che dovrà finalmente, si spera, comunicare i risultati definitivi, sempre che non scelga la via di ulteriori ricorsi.
Se la matassa però non si dipana, tutto il contesto afghano permarrà avvinto da un clima instabile e tempestoso.
Un bel regalo fatto alle forze ribelli.
L’attesa è spasmodica soprattutto dalle parti della Casa Bianca dove Obama, per agire, ha bisogno di conoscere nome e ruolo dei necessari interlocutori locali.
L’offensiva scatenata in Pakistan non ha un sostegno nel paese dove i talebani sono più forti.
Per ora una manovra a tenaglia è impossibile: tanto costa la farraginosità dei processi pseudo democratici di un paese che non sa trovare né pace né stabili equilibri nemmeno a Kabul e immediati dintorni.
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