Cari docenti, un bel test dialettale non può farvi che bene
Una ne pensano e cento ne dicono e per la demagogia è festa grande.
Alla Commissione Cultura della Camera arrivano delle splendide proposte formato leghista e creano imbarazzo nella maggioranza e spingono l’opposizione sulle barricate.
Dopo avviene una parziale marcia indietro, ma la lotta continua è ha il suo centro nella tanto bistrattata scuola pubblica.
Il tema è la selezione dei docenti.
Il Carroccio si è spinto fino a immaginare un test di dialetto e tradizioni locali per i docenti, necessario da passarsi per essere iscritti negli albi regionali.
E già: se vuoi insegnare in un luogo devi esserne integralmente parte e può, per esempio, uno che viene dal Sud, educare con piena cognizione di causa un bel rampollo lombardo, veneto o piemontese?
Non c’è il rischio di una perdita delle radici, di una confusione radicale, di uno smarrirsi tra il Vesuvio e Pulcinella, tra l’Etna e i pomodorini di Pachino.
Penso alla matematica e a Dante spiegati in vernacolo della Val Brembana: devono sembrare un’autentica, ottava meraviglia.