Leader troppo vacui e avidi vagano per l’Occidente

Incerti su tutto fuorchè su quel che dona il potere.
Innamorati di se stessi ed elevati un palmo sopra la cosiddetta “gente”.
Troppo leader del mondo e anche nella nostra democratica hanno magari poche e , ma ambizioni del tutto fuori misura.
Si tratti di Berlusconi e di Sarkozy, ma anche di Gordon Brown o Zapatero e dei rispettivi entourage, la presenza va oltre la sostanza e la crisi ha svergognato tutti.
Perfino la Merkel, nella morigerata Germania, dà vita a un esecutivo con i liberali che promette, ma guarda un poco, una ricetta del tutto nuova: la mitica riduzione delle tasse.
Peccato che presso Berlino navighi un deficit poco invidiabile.
A nessuno viene in mente qualche proposta un poco più avanzata.
Il solo Obama lotta come un leone per una normalissima e civilissima riforma sanitaria che gli sta costando sangue a fiumi.
Per lo meno ci prova.

I governi non vogliono interlocutori, concertano poco, assaltano soltanto i media, per usarli o per deprecarli a seconda dei bisogni e delle emergenze.
Da noi abbiamo i maestri, ma altrove si trovano incredibili copisti.
Non è un caso se la libertà di stampa segna passi indietro un poco dappertutto.

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Fame: quota un miliardo e oltre di vittime

La fame c’è eccome e cresce, cresce senza fermarsi mai.
Infinite bugie sono state raccontate dalla fine del secolo scorso agli inizi dell’attuale decennio.
Si diceva che progressivamente, ma in tempi prevedibili, tutti sul pianeta avrebbero potuto contare su un’alimentazione corretta.
Si promettevano aiuti e si stabilivano progetti per interventi a lungo termine.
La carta ha cantato, ma la sinfonia si è spenta e la realtà è peggiorata.
Si è fatto poco o nulla nei periodi di vacche grasse, figuratevi oggi.
La noi la sentiamo, ma altri vanno peggio: non hanno nemmeno la forza per accorgersene e lacrime per piangere.
Lo dicono i dati della FAO, lo confermano gli esperti: mai così male dal 1970.

La fame è un fatto per oltre un miliardo di nostri fratelli sparsi ovunque nel mondo.
Ve ne sono 622 milioni nei paesi poveri dell’Asia e dell’area del Pacifico, 15 anche in quelli più ricchi.
Se ne contano 265 nell’area sud sahariana dell’Africa e 53 tra America Latina e Caraibi.
Ne troviamo infine 42 tra Vicino Oriente e Nord Africa.
Questa è la geografia della vergogna, la sintesi di un mondo sperequato e ingiusto che condanna a morte per nascita e .

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Duro lavorare, ancor più restare a casa!

Ieri c’è stato il grande sciopero dei metalmeccanici italiani promosso dalla Fiom.
Di mezzo non c’è soltanto il solito problema del contratto, ma pure una marea di cassintegrati e di operai sull’orlo e o nel baratro del licenziamento.
Nel frattempo il ministro Brunetta presentava le nuove norme contro i presunti del settore pubblico.
Ci saranno controlli sui dipendenti curati da parte dei dirigenti superiori e un ruolo lo potrà avere anche il pubblico (ovvero i comuni cittadini) fornendo pagelle sul comportamento degli impiegati.
Guai poi a chi si finge malato e al medico compiacente che lo giustifica: di andrà sul penale!
Potrebbero sembrare regole ragionevoli ma…chi controllerà i controllori affinchè non diano giudizi e non compiano abusi a capocchia?
E se chi va allo sportello ne dice di tutti i colori su chi l’ha servito, semplicemente perché non si è visto dare la ragione che non ha?
Qualche spiegazione in più non guasterebbe.

Oggi non è facile lavorare ma lo è ancora meno vivere da disoccupato o da precario e a dirlo non sono solo io.
I dati dicono che in Europa, a causa della crisi, ci sono stati millesettecento e tremilacinquecento morti per eccesso nel consumo di alcol in più.
Ricordate i casi di France Telecom? Ebbene, non sono che la punta dell’iceberg.
E che ne dite del 30% di ansia e del 15 % di in più, sempre a causa di problemi in ambito lavorativo?
Gli effetti negativi della crisi non sono quindi soltanto economici, ma più strettamente e semplicemente umani.
Questo va detto, perche accettare senza smuoversi il danno altrui è criminale.
Gli psicologi mettono il dito sulla piaga e raccomandano di pensare alle nuove generazioni: la precarietà è una medicina amara da inghiottire che può trasformarsi in un autentico veleno.
Ebbene, c’è tanto da pensare per la politica e per chi afferma di difendere i lavoratori.
L’uomo, ripeto ancora una volta, vale più del mercato.
Possibile che nessuno lo voglia capire?

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Gli irlandesi dicono sì alla nuova Europa

Trascorre un anno e i risultati si ribaltano.
La non è passata invano e ha condotto alla sconfitta degli isolazionisti.
L’Irlanda dà così una mano all’Europa che può contare su un passo in più verso l’approvazione generale del Trattato di Lisbona.
Il referendum non ha avuto storia.
Ora dovranno esprimersi i cittadini di Polonia e Repubblica Ceka.

I dati sono clamorosi e incontrovertibili, ben aldilà delle attese.
Già la partecipazione al voto è cresciuta dal 53 % al 59 %.
Per di più i sì hanno raggiunto ben il 67,13 %, evitando qualsiasi, ulteriore contestazione.
Il fronte contrario aveva organizzato una vera e propria , affermando che un voto a favore dell’Europa avrebbe condotto il paese a una perdita di sovranità, all’aumento delle tasse, a una nuova legislazione sull’aborto e addirittura, udite udite, a una diminuzione degli stipendi.
Questo mendace non ha tuttavia convinto i cittadini irlandesi che hanno voltato la faccia ai nefasti profeti di sventura.

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Vola un’altra scarpa: FMI sotto accusa da parte degli studenti turchi

Il gesto ormai lo conosciamo bene: rischia di ripetersi a ogni nuova protesta che implichi il mondo islamico, al cui interno rappresenta un .
Il protagonista è stato un giovane studente turco, la vittima prescelta il presidente del Strauss Kahn.
Anche questa volta difetti di mira, ma la scarpa bianca da ginnastica scagliata all’improvviso racconta di un odio forte per le istituzioni finanziarie internazionali.
Già: ladro è stato l’urlo che ha accompagnato il lancio e la cointestazione ha coinvolto anche altri giovani.
Le guardie della sicurezza hanno poi evitato ulteriori contatti e arrestato il giovane, ma l’episodio rimane nelle cronache e va spiegato.

Strauss Kahn ha minimizzato; si è anzi detto lieto di aver potuto spiegarsi senza essere interrotto fino alla fine.
Era ospite presso l’università Bilgi di Istanbul in un incontro con gli studenti desiderato e gradito, prima di ulteriori appuntamenti più onerosi e importanti previsti con le altre istituzioni finanziarie mondiali.
La scelta faceva parte di una nuova strategia comunicativa, per far meglio conoscere il Fondo Monetario Internazionale e le sue politiche.
In tempo di spiegarsi è necessario.

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L’Italia e il piacere di procedere a casaccio

Un che di serio e di organico non lo otterremo mai.
Ci si appiglia di volta in volta a qualcosa, senza un ordine chiaro e una prospettiva di lungo termine.
Ora Berlusconi sembrerebbe disponibile a rinnovare gli incentivi sull’auto.
Marchionne sarò contento, altri meno.
Si riparla anche della famose infrastrutture: di soldi ce ne sono pochi e impieghiamo sempre decenni per finire i lavori, quando si concludono.
In certi casi si lascia tutto a metà e intanto i preventivi lievitano e i costi divengono insostenibili.
Non abbiamo mai deciso se privilegiare le ferrovie o il trasporto stradale, così abbiamo carenti le une e l’altro.
La filiera dall’agricoltore al consumatore rimane un incubo incomprensibile che rende la vita difficile ai due estremi e premia l’insondabile che sta nel mezzo.
Mai che si pensi di trovare un’equa soluzione.
Per la si spende poco e male: come se un paese serio e moderno potesse farne a meno.
Lasciamo fuggire i cervelli, ci costa moltissimo e invece aumentiamo il valore delle veline e delle escort di vario genere e misura.
La scuola e l’Università vanno a tentoni.
Cosa produrranno i nostri figli: film a luci rosse o serie infinite del “Grande Fratello”?

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Ormai è G 20: al via un pianeta meglio rappresentato

L’ONU meriterebbe maggior centralità, ma passare dal G 8 al G 20 è un vero progresso, che va salutato con favore.
Ormai gran parte della popolazione mondiale risulta, almeno sulla carta, rappresentata.
Non è questione da poco, visto che ormai ogni problema di cui ci si occupa, sia economico, strategico o sociale, investe l’intero pianeta.
Nell’età della globalizzazione forzata le frontiere non garantiscono molto.
Solo accordi più vasti possono tenere a freno l’irreparabile disordine.
La crisi ci insegna proprio questo: la mancanza di una politica di largo respiro ha generato l’irresponsabilità generale, compreso il paradiso dei pochi fatto pagare ai molti.
Ci si è poi accorti che non poteva funzionare, che non giova affamare e poi pretendere il continuo sviluppo dei consumi.

L’era del G 7 significava il assoluto dell’asse occidentale e dei suoi bisogni, con tutte le altre istituzioni internazionali (ONU, FMI, Banca Mondiale) penosamente allineate.
Il resto del mondo stava alla finestra a guardare assise spesso pretenziose, blindate e inconcludenti, come quelle tipiche della troppo lunga era Bush.
Tanto doveva essere il mercato a decidere.
E abbiamo visto come è andata a finire.
Oggi non si può più accettare un tale sistema perverso.
Ed ecco il passaggio a un nuovo ordine, che tiene conto, oltretutto dei nuovi,mutati rapporti di forza.

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Il mondo alla svolta

Forse è finito un ciclo, forse ne inizia un altro.
Molti dati ci dicono che l’ultima crisi ha prodotto una frattura e ha lasciato finalmente emergere i temi su cui ci giochiamo i prossimi tempi.
Dal 1990 all’altro ieri il liberismo senza aveva assorbito tutti gli spazi a disposizione, immaginando l’impossibile: l’egoismo dei pochi che produce miracolosamente il benessere generale e il moto della crescita continua garantita dalla concorrenza sfrenata e dal dominio del privato sul pubblico.
Era stata proclamata la fine della storia.
Eppure gli ultimi decenni non avevano fatto registrare clamorosi passi in avanti; erano riusciti solo ad ottenere che la torta venisse divisa a favore di un’èlite, per lo più, ma non solo, occidentale.
Per il resto più volte ci sono state erosioni del reddito e un lavoro sempre più precario e faticoso da reggere.
Il giocattolo alla fine si è rotto magicamente da solo.
Vorrebbe risorgere, ma i tempi non lo consentono più, se non altro in quella misura.

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Prove di dialogo tra Marcegaglia ed Epifani

C’è un nodo che interessa tutti: non far deragliare l’economia del nostro paese.
Il dialogo riaperto tra Confindustria e la CGIL mostra la convinzione che da soli non si va da nessuna parte.
Le differenze di vedute rimangono, ma la consapevolezza dei pericoli che viviamo fa procedere la possibilità di giungere a una qualche forma di intesa.
Ieri, a Cernobbio, ed si sono parlati per circa un’ora e mezza.
L’una propone un piano comune per superare insieme il momento buio e salvare il sistema produttivo.
L’altro dichiara una disponibilità di massima, ma vuole che si proceda oltre le parole verso i fatti concreti.
Il percorso non sarà quindi agevole e richiede un terzo interlocutore, il Governo, ma è da salutare con favore la ripresa di contatti tra due parti che nell’ultimo anno si erano trovate a scontrarsi senza requie.
Il richiamo all’esecutivo riguarda principalmente gli ammortizzatori sociali e la possibile diminuzione delle tasse sui salari dei lavoratori.
Vedremo ora se al primo passo ne seguiranno altri.
Il piano ricercato da Confindustria non può tardare troppo dal definirsi e iniziare a realizzarsi.
I problemi che coinvolgono diverse imprese devono essere affrontati quanto prima, per non cospargere il terreno di troppe macerie.
Ne va anche della e gli attuali segnali che provengono da diverse situazioni critiche fanno capire che occorre essere attenti e tempestivi.

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E se il nostro killer fosse il clima?

Di allarmi se ne sono sprecati fin troppi.
Anche nella Conferenza di Ginevra tenutasi in questi giorni ne abbiamo avuti a raffica.
I mutamenti climatici indotti dall’uomo stanno producendo effetti inattesi e più gravi del previsto, ma i politici e l’opinione pubblica mondiale non sembrano avvedersene.
Eppure lo si sa, i sistemi non cedono gradualmente, ma possono farlo all’improvviso, superando una determinata soglia.
E come la storia della classica goccia che fa traboccare il vaso.

Ho già ricordato in un precedente articolo le parole forti del Segretario dell’ Ban Ki Moon.
L’invito è esplicito: l’Artico è comatoso e gli effetti del possente disgelo dei ghiacci polari non tarderà troppo a recare i suoi effetti nefasti.
Si parla di un aumento del livello dei mari pari, per alcuni al metro-metro e mezzo, per altri fino sai due metri, nei prossimi trenta/cinquanta anni.
Il Mediterraneo, chiuso com’è, potrebbe essere tra i bacini che patiscono di più.
Volete provare a immaginare gli effetti sulle nostre coste, sugli abitati, sugli equilibri di tanti territori?
Quali umane, sociali ed economiche genererebbero fenomeni del genere?
Bisogna poi calcolare lo scioglimento, già ampiamente in corso. dei ghiacciai montani.
Si calcola che con le fine di quelli asiatici i grandi fiumi di quel popoloso continente andrebbero in secca, con le conseguenze facilmente comprensibili.
E che accadrebbe alla Pianura Padana se si verificassero condizioni analoghe?
I grandi fiumi alpini diverrebbero simili ai torrenti appenninici.
Con le piogge invernali li avremmo magari in paurosa piena, con le siccità estive li vedremmo esangui.
Il bello è che questi sono fenomeni già in corso.

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