La follia dell’odio interreligioso

Cosa sta succedendo in Pakistan?
Fanatici di religione islamica hanno assaltato la minoranza cristiana e ancora ieri sette suoi componenti sono stati bruciati vivi, nella provincia centrale del Punjab.
L’odio e le azioni delittuose hanno trovato motivo in una voce secondo cui essa si sarebbe mostrata rea di un episodio di profanazione del Corano.
Con tutta probabilità si tratta di un pretesto, ma ciò che si scatenato è un’autentica e spietata caccia all’uomo.

I cristiani non rappresentano che un 2% della popolazione pakistana e non costituiscono di certo una forza pericolosa.
Gli integralisti, tuttavia, vogliono fare, come sempre, piazza pulita.
E’ già avvenuto in Irak, accade ora in Pakistan.
La convivenza viene minata fino alle radici, si inventano offese mai avvenute e si passa quindi alla repressione e alle stragi.
Qui però bisogna intendersi.
La lotta è più ampia e vede contrapposte anche le due stesse confessioni islamiche: i sunniti e gli sciiti.
Nè sono mancate, negli ultimi anni, tensioni nella vicina India che hanno coinvolto le folle di fede induista.

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Cari docenti, un bel test dialettale non può farvi che bene

Una ne pensano e cento ne dicono e per la demagogia è festa grande.
Alla Commissione Cultura della Camera arrivano delle splendide proposte formato leghista e creano imbarazzo nella maggioranza e spingono l’opposizione sulle barricate.
Dopo avviene una parziale marcia indietro, ma la lotta continua è ha il suo centro nella tanto bistrattata scuola pubblica.
Il tema è la selezione dei docenti.
Il Carroccio si è spinto fino a immaginare un e tradizioni locali per i docenti, necessario da passarsi per essere iscritti negli albi regionali.
E già: se vuoi insegnare in un luogo devi esserne integralmente parte e può, per esempio, uno che viene dal Sud, educare con piena cognizione di causa un bel rampollo lombardo, veneto o piemontese?
Non c’è il rischio di una perdita delle radici, di una confusione radicale, di uno smarrirsi tra il Vesuvio e Pulcinella, tra l’Etna e i pomodorini di Pachino.
Penso alla matematica e a Dante spiegati in vernacolo della Val Brembana: devono sembrare un’autentica, ottava meraviglia.

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Le carenze politiche dell’America Latina

Da quando è divenuta indipendente l’America Latina raramente ha dato origine a democrazie stabili e ben gestite.
Troppo spesso ha covato in sé difetti che ne hanno condizionato lo sviluppo sociale ed economico e impedito un valido assetto politico.
Al vertice dei problemi ci sono la sparsa a larghe mani e il peso degli eserciti.
Alla base si dispiegano l’, le disuguaglianze troppo spesso mostruose e i condizionamenti esterni.
Le destre sono state spesso golpiste, abbarbicate al potere delle grandi famiglie, legate a doppio giro con le multinazionali e con le autorità di Washington.
In altri casi hanno premuto il tasto sul populismo, sulla nazionale, come ben dimostra il peronismo argentino.
In altri ancora sono state rappresentate e sostituite dai militari, a capo per lo più di giunte sanguinarie, oscurantiste, prive di qualsiasi sensibilità sociale e democratica.
Gli eserciti, in quel continente, godono infatti di un ruolo sproporzionato rispetto alle nostre abitudini.
Spesso e volentieri condizionano, qualche volte vogliono comandare, sempre stanno in allerta.

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Iran: non sempre il voto significa democrazia

Le uraniane che hanno segnato il successo travolgente di Ahmadinejad, vengono contestate dal candidati progressista Mussavi.
Fin qui nulla di strano: il divario tra i due appare eccessivo e l’accusa di brogli può di certo avere qualche tratto di verità.
La pesante tutela del sistema degli rende difficile un voto davvero libero, soprattutto nelle zone rurali, già di per sé meglio disposte verso i candidati conservatori.
I numeri, tuttavia, se non nel caso di un’alterazione massiva, sarebbero comunque difficili da ribaltare.
Purtroppo però, credo non lo sapremo mai.
E’ pressoché impossibile che si vada, come richiesto dall’opposizione, a verifiche o annullamenti.
Ne deriverebbe un discredito per l’èlite integralista, che essa non può di certo immaginare e sopportare.

A Teheran si susseguono le manifestazioni, ma anche gli interventi repressivi dei Pasdaran e gli arresti.
Vi sarebbero già stati diversi feriti e si parla anche di tre morti.
Non è semplice capire quali dinamiche si innesteranno nel prossimo futuro; di certo è chiara la volontà del regime è di spegnere qualsiasi possibilità di protesta diffusa,
Per questo sono stati chiusi tutti gli accessi ai media e alle reti.
E qui già si vede che voto non significa per forza democrazia.

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Parole o fatti?

La parole sono e lo si sa da parecchio, potremmo dire in ogni civiltà e fin dalle origini dell’uomo.
Padroneggiarle e saperle usare aiuta se hai il vento in poppa, ti condanna quando la corrente è avversa.
La retorica e la non sono nate oggi: ci sono splendide pagine dei greci e dei latini che ne trattano, restando dalle parti nostre.
Ma anche in ambito ebraico e cristiano non si scherza: le si condanna con durezza, quando occludono la conoscenza della verità e risultano ipocrite.
Un ulteriore giro per il mondo non porterebbe esiti diversi.

Tutti i e i dittatori fanno ampio uso del linguaggio e impediscono ad altri di impiegarlo se non in senso adulatorio.
L’arte della persuasione si alterna a quella della minaccia.
Cattiva arte, si intende.
E la storia è vecchia, ma diviene più cruda salendo vicino a noi.
I grandi mezzi di comunicazione espandono all’estremo le possibilità di condizionare vaste masse, soprattutto quando se ne ha l’esclusiva.
E i dittatori e i regimi lo sanno: ogni volta che salgono al vertice pensano subito a irretire l’informazione e a monopolizzarne gli effetti.
Le adunate oceaniche fanno il resto e le parole divengono magnetiche e puntano alla pancia.
Gli si sprecano e la “gente” torna a casa euforica senza nemmeno capire il perché.
E’ lo spirito gregario e servilista che impregna tanti uomini e in Italia è di casa.
I leader massimi lo sanno e ci contano, assorbendosi del tutto nella parete tanto da non poter più trovare, durante e dopo, alcuno spunto di sincerità.

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Al premier non piace l’Italia multietnica

Continuano gli dei clandestini e lo strano andata e ritorno cui sono stati costretti dalle ultime decisioni governative.
Arrivano presso le nostre coste e subito vengono reinviati in , paese notorio per le sue forti e profonde radici democratiche.
Già ne sono state raccontate parecchie storie su cosa accade nelle prigioni del nostro dirimpettaio mediterraneo.
E poi chi ha permesso fino a oggi l’orrido traffico umano che tanto ci preoccupa, sono forse stati i paesi baltici o la nazione su cui governa il colonnello Gheddafi?

La Lega esulta, anche perché il premier Berlusconi ha tracciato le nettissima linea do demarcazione dalla sinistra.
Lui la società multietnica non la vuole.
Come se si trattasse soltanto di una scelta qualsiasi e non di un problema storico difficilissimo da trattare.
In Italia gli immigrati non raggiungono nemmeno il 10% rispetto alla popolazione totale.
Non siamo quindi invasi e se le leggi fossero migliori non si creerebbero clandestini a ogni piè sospinto.
E’ inutile sfidare la comunità internazionale su un tema delicato come i diritti umani dei profughi.
Se gli vengono impediti da una parte, tenderanno a portarsi verso un’altra e non è di certo agevole pattugliare giorno per giorno le distese marine che ci separano dal continente africano.

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Socialità e politica: un nesso necessario

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La perdita diffusa dei nessi di solidarietà ha pesanti ripercussioni in campo politico.
La socialità è infatti una grande palestra per conoscere, discutete e fare esperienze che aprono oltre i semplici vissuti personali.
Essa abitua a pensare alla casa comune, invece che al solo, proprio rifugio.
Dà inoltre il senso del procedere civile, che richiede un freno agli egoismi e la ricerca di equilibri tra i diritti e i doveri dei singoli.
Abitua ad avere e condividere responsabilità e a non aspettare gli altri per impegnarsi nel miglioramento dei comuni destini.
Su questo sostrato può nascere anche il corretto procedere politico, che non risponde a un deserto, ma una vera comunità.

Il tende invece a non riconoscere i nessi sociali ed è per questo che interpreta la politica solo in raccordo agli interessi.
E’ più facilmente manipolabile, poiché frequenta pochi spazi di discussione.
Non avverte il bisogno del territorio perché non lo vive ed è quindi più disponibile ad accontentarsi di risposte retoriche, lontane da ogni concretezza.
Chiuso nella professione o nella famiglia, non matura il senso dei percorsi comuni, il portato della storia, l’importanza della politica che nasce dal basso.
Qui può farsi strada la demagogia.
Qui la politica diventa il cicaleccio televisivo, oppure viene negata, odiata, pensata soltanto come un imbroglio da tenere a bada.

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I perchè della demagogia

I perché della

Come mai la attrae?
Perché offre soluzioni già pronte, disconosce le complessità e rassicura.
Dice di pensare al posto vostro e vi toglie ogni responsabilità.
Sa entusiasmarvi e darvi modo di divenire interni a una grande comunità che, promette, avrà sempre e comunque ragione

Oggi ci si sente spesso abbandonati e insicuri.
Di difficoltà lo sviluppo attuale delle società ne presenta numerose e gravi: pare di essere costantemente in mare aperto.
Ovunque si ha fretta e sembra che lo studio e il dialogo siano soltanto una perdita di tempo.
Si chiedono decisioni rapide e certezze univoche.

Mancando le idee, si cercano surrogati facili negli .
Si scambia la retorica per la sostanza.
Si vuole l’uomo che pensi, scelga e viva per noi.
Come se ne potesse esistere davvero qualcuno.
Ci si illude quindi, si è pronti a giurare sulla indiscussa bontà del proprio prescelto e i demagoghi ovviamente lo sanno.
Essi vogliono e richiamano la gente: ovvero una massa indistinta e disponibile, non un insieme di coscienze vigili e attive, pronte alla critica.

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Attenti alla demagogia!

Attenti alla !

Già gli antichi Greci avevano individuato nella la possibile degenerazione dei regimi democratici.
La storia ha poi permesso di verificare più volte i guasti che capitano, eleggendo leader egocentrici, spregiudicati e capaci di gestire le masse come un sol uomo.
Vale la pena di ricordare, tra l’altro, come sia Hitler che Mussolini siano saliti al potere grazie a regolari elezioni.
Quanto poi è accaduto e a quali tragedie abbia portato non è qui il caso di approfondire.

Di certo il demagogo sa tenere in pugno le folle, è largo di promesse, si fa vedere forte e risoluto, tende ad incontrarvi nei vostri egoismi e bisogni di sicurezza.
Sa come emozionarvi, ma poi pensa soltanto alla propria personale riuscita e non è così difficile capirlo.
Basta guardare alle realizzazioni concrete, al rispetto che porta a chi ha dubbi o non la pensa come lui vuole, all’attenzione che presta alle regole comuni.
Chi vuole convincervi ad ogni costo e con qualsiasi mezzo non è degno di fede.
Chi troppo appare e grida, non ha argomenti seri da portare.

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