Vertice Italia Russia. Passo verso il ritorno al nucleare

Berlusconi e Putin

Berlusconi e Putin
L’Italia dei Valori alla prova del congresso. Quello che si è aperto oggi a Roma è, infatti, il primo convegno nazionale del partito di Antonio Di Pietro.
Lo slogan che accompagnerà la manifestazione fino alla chiusura di domenica dice “L’alternativa per una nuova Italia”. In effetti il gruppo dell’ex magistrato di Milano è in forte ascesa tra i sondaggi pre elettorali, nonostante le ultime polemiche legate ad un presunto coinvolgimento del leader Idv con la Cia ai tempi di mani pulite. Accuse che per la verità appaiono piuttosto flebili e basate su assunti un po’ strampalati.
I 3.607 delegati discuteranno in modo particolare di giustizia e legalità, da sempre i temi più cari all’Idv. L’intervento di Di Pietro è atteso per doamni, quando il congresso entrera’ nel vivo. In platea ad ascoltare l’ex pm ci sarà anche il segretario del Pd Pier Luigi Bersani.
Che dice l’Unione Europea in tema di immigrazione clandestina?
L’ha chiarito Jacques Barrot, commissario per la Liberta, la Giustizia e la Sicurezza, intervenendo ieri al Parlamento europeo.
Ha anzitutto chiarito come occorrano solidarietà e collaborazione tra tutti i paesi membri per affrontare insieme e in maniera incisiva il problema.
Ha poi affermato la necessità di rafforzare Frontex, l’agenzia comunitaria di controllo dei confini esterni.
Si è quindi diffuso sui programmi diretti ad avviare proficue intese con i paesi terzi da cui provengono i flussi o che ne costruiscono passaggi cruciali.
Per il prossimo anno si studieranno apposite proposte e si avvieranno contatti ad ampio raggio.
Barrot ha inoltre sostenuto che il diritto d’asilo va ovunque rispettato: è un fatto essenziale di civiltà..
Non solo, ha anche criticato il fatto che non vi sia omogeneità nelle politiche di respingimento attuate dai diversi paesi.
Di più, ha bocciato il rinvio dei clandestini in nazioni dove si sa che verrebbero sottoposti a trattamenti degradanti e disumani.
E qui il riferimento alle note vicende di Lampedusa e dintorni è apparso piuttosto esplicito.
Non a caso il commissario ha ricordato la richiesta di chiarimenti inviata all’Italia e ha riferito che si sta ora analizzando la risposta pervenuta dal nostro Governo.
S’uso improprio, truffaldino e ricattatorio di dossier, veleni, insinuazioni, depistaggi e frottole ben raccontate non è certo esclusiva della politica italiana.
La storia comprova che il potere scatena appetiti furiosi e chi lo detiene non pensa mai di doverlo passare ad altri, nemmeno quando i capelli s’incanutiscono, le forze mancano e il cervello va in bubbole.
Vicende tenebrose, intessute intorno a troni e regge, vagano da una parte all’altra del pianeta, sia nella realtà che descritte dalla letteratura e dall’arte in genere.
Da noi, per non risalire troppo lontano, la tradizione fa capo già al Medioevo e al Rinascimento per poi procedere, praticamente senza sosta, fino ad oggi.
In democrazia, però, queste cose, penserà qualcuno, non dovrebbero accadere.
Non dovrebbero, ma succedono eccome e non solo da noi, come si è detto.
Pur tuttavia meno se ne hanno e più un sistema democratico è sano e risponde davvero alla volontà popolare.
Infatti a noi tutti questi intrecci non giovano affatto, riguardano soltanto le lobby più influenti e l’èlite che gestisce il potere reale.
Mentre il grande conflitto mondiale diffondeva i primi vagiti di fuoco e dolore in Europa, l’Italia stava alla finestra.
Mussolini era legato ad Hitler dal Patto di acciaio, ma fino all’ultimo aveva svolto il ruolo di mediatore, conquistandosi fiducia e plauso anche da parte delle potenze occidentali.
Si era speso con energia per il raggiungimento dei fragilissimi accordi di Monaco.
Hitler appariva però irrefrenabile e tutte le intese erano ormai saltate.
Che fare?
I fascisti attesero di capirci un poco, fecero intendere alla Germania che non erano ancora pronti, ne misurarono le forze e le vittorie, fino all’attacco alla Francia e poi scesero in campo certi che la partita volgeva ormai al meglio.
In realtà fu, come sempre, il solo Mussolini a valutare e decidere.
Si credeva ed era stimato uno stratega insuperabile e fino ad allora tutto gli era andato piuttosto bene.
Pensò che poche migliaia di morti sul fronte francese gli avrebbero garantito un seggio di onore nel decidere dei futuri assetti europei e coloniali.
Non credeva affatto a una lunga guerra, cui eravamo del tutto impreparati.
Sbagliò e furono la sua e la nostra rovina.
Le frecce tricolori allieteranno con le loro acrobazie la celebrazione del quarantesimo anniversario della Rivoluzione libica condotta e attuata dal colonnello Gheddafi.
L’assenso è stata accordato dal ministri La Russa.
Il 30 agosto il premier Berlusconi sarà a Tripoli per la prima giornata della rinnovata amicizia tra Italia e Libia.
Al colonnello abbiamo pure fornito, recentemente, un poco di naviglio per pattugliare il mare in funzione anticlandestini.
Il tutto accade in un momento poco propizio e suscita quindi polemiche.
Pochi giorni fa è giunto infatti in patria uno degli attentatori colpevoli della strage di Lockerbie, rilasciato per motivi di salute dal Regno Unito.
Ebbene, appena sbarcato dall’aereo è stato accolto con grandi manifestazioni di giubilo, scatenando i dissensi e le proteste dei governi di Sua Maestà e degli Stati Uniti.
Si trattai infatti di un carnefice e non di un eroe, che aveva voluto vendicare, con il suo gesto costato decine e decine di morti, l’aggressione subita da Reagan avvenuta con il consenso e l’aiuto dei britannici.
In quei lontani giorni un missile venne anche gettato dai libici contro di noi, esaurendo la sua corsa nei pressi di Lampedusa.
Ora le uniche cose che lascia arrivare sono barconi ricolmi di clandestini spesso organizzati dai suoi stessi connazionali.
Evidentemente il pattugliamento non funziona ancora a dovere.
Non è l’Italia il paese che esce per primo dalla crisi, con buona pace del premier.
Ci pensano Germania e Francia a presentare conti più rosei.
Sia ben chiaro, nulla per cui entusiasmarsi.
Si parla per ambedue di uno 0,3% di crescita del Pil, pur tuttavia quel più sostituisce il meno degli scorsi mesi e aiuta a ben sperare.
Noi invece siamo ancora legati a un dato negativo addirittura superiore alle attese.
Sia beninteso, vorrei proprio che gli auspici di Berlusconi fossero veritieri e corretti: ci guadagneremmo tutti.
La realtà va però guardata per quello che è: altri iniziano forse a ripartire, noi segniamo il passo, anzi arretriamo ancora.
No, l’Italia non è un’auto da corsa, ha troppa zavorra e continua a discutere di sciocchezze come le gabbie salariali che ora stanno peraltro perdendo un poco di padrini nobili.
Ci si trincera più elegantemente dietro un possibile raccordo tra salari e costo della vita, difficile comunque da stimarsi, come molti hanno detto chiaro e tondo.
Intanto le entrate fiscali sono diminuite in questi mesi del 3%.
I conti, insomma, bisogna farli sul serio con le risorse che ci sono davveroe non con quelle immaginarie.
Dopo la Lega ora abbiano anche il partito autonomista che guarda al Sud.
I dati trasmessi sulla crisi, sul costo della vita, sulla qualità dei servizi vengono enfatizzati per dimostrare diviso il paese.
Sembrano talora tornare in auge diffidenze che sembravano superate a oltre un secolo e mezzo di vita in comune e da millenni di coabitazione della penisola che ci ospita o nello stivale, se preferite.
Che farne allora dell’unità nazionale?
Sotto la presidenza di Ciampi molte iniziative sono state attuate per ridare vigore all’idea dell’Italia.
Napolitano ha dato seguito all’intuizione del predecessore.
Scolaresche di ogni tipo e provenienza vengono ospitate pressoché ogni giorno nel luoghi e negli appuntamenti delle più alte istituzioni.
Tutto meritevole, ma perché occorre farlo?
Come mai chi vuol dividere trova ampio seguito nelle corti paesane e cittadine, soprattutto, ma non solo, al Nord.?
L’Italia, si dice, è una nazione giovane, formata per lo più dalle èlite e non sposata mai troppo dal popolo.
Ma è così vero?
Noi tutti abbiamo non solo memorie dei padri fondatori, ma pure nonni che hanno combattuto e servito per quella che in allora si chiamava patria.
C’è chi ha lottato nella Resistenza per un’Italia nuova, non per uno spezzatino di regioni in salsa scissionista.
Il federalismo è una cosa seria, non un mercato delle vacche a servizio degli interessi particolari.
Quanto piccole patrie sono state scoperte in Italia in questi ultimi anni? Innumerevoli.
Vai tra monti, piane, vallate e coste ed è tutto un pullulare di tradizioni riscoperte cha vanno dalla notte dei tempi all’altro ieri.
Spesso è paccottiglia priva di vera sostanza storica, ma non sempre si tratta di invenzioni per il turista credulone da spennare allegramente.
C’è chi ci crede e ci investe, come se avesse finalmente trovato la mitica identità perduta.
Nel paese delle cento invasioni e dei rimescolamenti più sviluppati d’Europa si riscoprono culture di nicchia che i nostri nonni non immaginavano nemmeno.
Sia ben chiaro, io sono del tutto favorevole al recupero della storia locale, pur che lo si faccia con competenza e senza contrapposizioni fittizie rispetto all’identità più vasta, nazionale ed europea.
Si ha bisogno di contemperare il grande con il piccolo, ma a noi serve soprattutto recuperare un senso dello Stato, finchè decideremo di farlo rimanere in piedi.
L’unità d’Italia sul piano politico è piuttosto recente, ma una tradizione comune esiste da secoli.
Perché rinnegarla?
Interessa più riscoprire strane radici celtiche o occitane piuttosto che studiare cos’è stato il nostro Risorgimento.
Eppure ben poco se ne conosce, aldilà della retorica.
La Lega ha scelto a suo tempo il “Va pensiero del Nabucco come proprio inno da contrapporre a quello nazionale.
A quel punto credo che Verdi si sia rivoltato nella tomba.
Il nostro territorio ha sempre vissuto di interazioni complesse e di grandi aperture.
L’unico problema era che la maggioranza del popolo non aveva sufficiente cultura per appropriarsene in pieno.
Oggi possiamo rifondare una consapevolezza unitaria, non fanatica ma disponibile a incontrarsi con gli altri popoli, secondo una tradizione di incontri e traffici che risale questa sì, fino alle più antiche origini.
Il resto è folclore o speculazione politica.
La ricchezza dei mille campanili è tale, infine, solo se sa riconoscersi come parte attiva e consapevole di un più ampio vivere e sapere.
Un pianeta a rischio desertificazione
Ieri si è tenuta la “Giornata mondiale per la lotta alla desertificazione e alla siccità” promossa dall’ONU.
E’ l’ennesima delle scadenze con cui tentiamo di rammentarci quali problemi comporti uno sviluppo umano privo di limiti e di saggezza.
I mutamenti climatici in corso rischiano infatti di renderci la vita molto dura e vediamo il perché.
Si parla di un miliardo di persone attualmente minacciate dall’inaridirsi delle terre e dalla mancanza di acqua.
Ben un milione di profughi all’anno si formerebbero solo per tali motivi e gli scenari futuri spaventano.
L’Africa è il continente più colpito e si prevedono, da qui al 2020 migrazioni epocali verso il Mediterraneo e verso l’Europa, se nulla dovesse cambiare.
Dietro questi dati ci sono persone concrete che non hanno più di che coltivare e sfamarsi o che bevono da finti quasi esaurite e inquinate, con i relativi rischi per la salute che tutti possiamo immaginare.
Già oggi, del resto, il pianeta è arido per il 47% delle terre emerse.