Berlusconi continua ad attaccare La Piovra

lapiovra[1]Secondo il Premier chi ha scritto libri sulla mafia e girato film,ha creato un danno alla società italiana.

<< Strozzerei chi ha scritto la Piovra>> commenta Silvio Berlusconi. L’immagine che gli italiani si sono fatti del fenomeno è troppo alterata e ha creato falsi pregiudizi ed un modo di pensare distorto. Già nel lontano 1994 in veste di Presidente del Consiglio, Berlusconi aveva espresso parere negativo sul film suscitando l’indignazione di Michele Placido che replicò reputando  il suo comportamento sospetto.

Ai giorni nostri a replicare al premier è De Magistris il quale afferma, convinto ,che le parole del Presidente possono essere riassunte con un “viva la Mafia”, che in altri pesi una persona come lui non l’avrebbero mai fatta candidare.

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Politica e mafia: troppe contiguità

Molti non si stupiscono se si testimonia che ai tempi delle stragi di Falcone e Borsellino, proprio nel breve tempo intercorso tra i due eccidi. si sarebbe verificata una trattativa tra Stato e organizzazione mafiosa.
Alcuni lottano e muoiono, altre cedono in una ambiguità che spiega numerosi passaggi oscuri.
Perché si sia pensato a un possibile ponte, occorre che un intero passato ne abbia favorito l’emergere.
Di patti taciti e prossimità tra Stato e malavita si hanno testimonianze che si perdono nel tempo.
Nemmeno la dittatura fascista, con i suoi sforzi di accentramento, riuscì a domare la bestia.
Gli americani trattarono, è risaputo, con Cosa Nostra, per garantire un buon esito dello sbarco in Sicilia, nel corso dell’ultimo conflitto mondiale.
Al termine della guerra i mafiosi furono lasciati fare, nell’ostacolo che ponevano a una possibile rivolta contadina contro i latifondisti parassiti e a una penetrazione nell’isola dell’ideologia comunista.
Dopo di che vennero gli affari e le reciproche convenienze a far sì che politica e convivessero e spesso si scambiassero favori, non solo in Sicilia.
Anche la camorra e la n’drangheta impararono la lezione, maturata appieno negli anni Ottanta dello scorso secolo.
Qualcuno di certo ricorderà il sacco seguito alla distribuzione dei fondi per il terremoto dell’Irpinia, nei risvolti che interessarono soprattutto Napoli.

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Stato e mafia: crescono le prove della trattativa

Le di una trattativa che sarebbe avvenuta tra e mafia nel periodo in cui vennero uccisi Falcone e Borsellino, si fanno sempre più convincenti.
L’avvocato di Massimo ha consegnato ieri alla Procura di Palermo il famoso in dodici punti.
Esso conterebbe le dei corleonesi alle istituzioni per porre fine alla sanguinosa stagione delle stragi.
Al centro della trattativa ci sarebbe Vito , già sindaco del capoluogo siciliano, politico potente e ben introdotto, condannato per mafia e morto nel 2002.
Uno dei canali di relazione avrebbe visto come protagonista il comandante dei Ros Mario Mori.
Si parla anche di una copia del documento in questione che gli sarebbe pervenuta a cura dello stesso da girare pio ai “politici”.

Il quadro a mano a mano si compone, grazie anche alle testimonianze dello stesso Massimo e di Claudio Martelli alla trasmissione “Annozero” della scorsa settimana.
Ormai è abbastanza confermato quanto si sospettava, ma avremmo preferito non dover riconoscere.
Un tentativo di trattativa c’è e ad alti livelli.
I provvedimenti duri contro i mafiosi vennero frenati, per poi riprendere corso, allorchè i tentativi d’intesa fallirono.
I corleonesi, sembrerebbe,chiedevano troppo.
Borsellino, anche questo è emerso, probabilmente sapeva, si è forse messo di mezzo ed è ammazzato.
Dovrà chiarirlo la Procura di Caltanissetta che sta procedendo nelle indagine.

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Appello della Marcegaglia contro l’economia mafiosa

Emma Marcegaglia ammonisce.
La mafia allarga i suoi affari, corrompe il sistema economico, può sfruttare la crisi a proprio beneficio.
Intervenendo alla presentazione del libro “Mafia pulita” di Elio Veltri e Arturo Laudati, la presidente di Confindustria ha parlato chiaro.
L’economia nazionale appare sfalsata dalla presenza delle organizzazioni mafiose, che assume dimensioni enormi.
In senso stretto si tratta di un giro di affari che raggiunge 175 miliardi di euro che si accrescono fino a 400 se ci considera il complesso delle attività sommerse e illegali.
Fatevi un poco i vostri conti e considerate se il monito è giustificato o meno.

La Marcegaglia ha insistito facendo capire come le attuali condizioni incerte dell’apparato produttivo e di servizio costituiscano altrettanta manna per chi ha capitali freschi da investire e bisogno di riciclarli e farli rendere a dovere.
L’inquinamento è quindi in crescita e ha buone prospettive di debordare se non si studiano adeguati correttivi.
E qui nasce la proposta di un patto contro l’illegalità che dovrebbe coinvolgere la politica in tutta la sua interezza, le forze dell’ordine e la magistratura.
Né deve essere escluso, ma va invece promosso un appoggio forte e concreto da parte dell’opinione pubblica e delle diverse componenti e forze sociali.
Confindustria sarebbe disponibile a esserne parte attiva e già sta curando e curerà il sostegno a quegli imprenditori pronti a denunciare intimidazioni e interferenze.
Servirebbe inoltre, soprattutto nel Mezzogiorno, il sostegno a uno sviluppo sano ed equilibrato, sottratto alle morse criminali.

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La realtà del paese e la telenovela della politica

Mentre la CGIA di Mestre ci informa che i disoccupati in Italia hanno raggiunto la ragguardevole e preoccupante cifra di quasi due milioni, la politica ovviamente pensa ad altro.
Continua la telenovela del verso episodi sempre più succosi.
Il ministro si associa a nel difendere il diritto delle procure di avviare e condurre nuove indagini sulle stragi di mafia, se hanno a disposizione gli elementi corretti per farlo.
Il presidente del Senato Schifani, per converso, va in direzione del premier lamentando la possibilità che alcuni uffici giudiziari lavorino intorno a puri e semplici teoremi.
Bossi ci mette del suo.
Da una parte insiste con e, dopo avergli dato nei giorni scorsi del matto, ora lo rassicura che è libero di suicidarsi, politicamente io credo, se proprio ci tiene.
Dall’altra afferma nientemeno che dietro la faccenda delle escort potrebbe esserci la mafia, la quale penserebbe così di colpire Berlusconi a causa dei nuovi provvedimenti presi per contrastarla.
La faccenda è dubbia e se il Senatur ha dati che a noi non risultano vada dai magistrati e li comunichi, altrimenti si tratta del solito polverone.
Con le questioni di mafia non si scherza e non si fa retorica e anche su questo vanno giudicati i politici.

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Cosa bolle in pentola alle procure che Berlusconi accusa?

Come mai il premier riapre il fuoco contro le cosiddette procure nemiche?
Perché cita le nuove inchieste sulle stragi mafiose, come un tentativo di riesumare il passato per colpirlo alle spalle.
Le indagini non sono nate a caso e interessano gli uffici giudiziari di Milano, Firenze, Caltanissetta e Palermo.
Si tratta di un fronte molto largo così come era ampio quello aperto dalla mafia con le uccisione di Falcone, e delle relative scorte e tramite gli attentati a diversi edifici artistici e pubblici.
Il quadro che sta emergendo propone ricostruzioni molto interessanti.
Nuovi testimoni come il pentito Gaspare Spatuzza e Massimo Ciancimino, figlio dell’èx sindaco di Palermo colluso con Cosa Nostra, recano notizie tali da far sobbalzare numerose poltrone.
Parlano di una sorta di trattativa intervenuta tra lo e la mafia, condotta tramite personaggi dei servizi segreti che si sarebbero incontrati e accordati con i boss.
Inducono il dubbio che lo stragismo sia messo in campo anche per screditare il sistema politico di allora e indurre nuove soluzioni più favorevoli.
E proprio qui comparirebbe il sostegno dato ai passi iniziali di Forza Italia.

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Ventisette anni fa veniva ucciso a Palermo il generale Dalla Chiesa

Aveva combattuto con successo il terrorismo, soprattutto delle Brigate Rosse, inventando un metodo di indagine e una serie di forme tali da garantire quel che fino allora non era avvenuto.
Operava in , sapeva condurre gli uomini, rischiava in prima fila, ottenne informazioni dai pentiti e seppe farle fruttare con grandi capacità di sintesi investigativa.
Era il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Vinta in sostanza la battaglia non potè trovare riposo.
Chi avrebbe, meglio di lui, garantito una strenua lotta contro le cosche mafiose?
Ebbene, il Governo di allora, siamo nei primi anni Ottanta dello scorso secolo, lo mandò in Sicilia a fare il Prefetto.
Poi nulla. Aiuti non ne giunsero e venne lasciato solo.
Un’impresa come quella teoricamente programmata avrebbe avuto necessità di un piano complessivo.
E invece… il solito mistero italiano.

Dalla Chiesa si pose subito al lavoro, cercando di organizzare una struttura pari a quella che tanto successo aveva avuto contro il terrorismo.
Fu subito difficile.
Non amava doversi chiudere per non subire azioni delittuose.
Voleva conoscere e farsi conoscere dal territorio.
Fece molto, lasciò che poi fruttarono, ma durò poco.
Venne ammazzato con la giovane moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di polizia Domenico Russo, a seguito del solito attentato mafioso subito in via Carini a Palermo.

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Ascoltato Riina sui retroscena delle stragi di mafia

I veleni e i sospetti si moltiplicano, come sempre avviene quando si parla di mafia.
Il complotto cui si devono le morti di e Borsellino assume vesti sempre più misteriose e preoccupanti.
Il famoso terzo livello sembra emergere dalla foschia dietro i panni di un patto scellerato che doveva siglare la pace tra lo Stato e l’organizzazione criminale.
Chi indaga non si lascia sfuggire un fiato.
La posta in gioca è delicatissima e bisogna procedere con i piedi di piombo.

Ieri magistrati della hanno interrogato il boss Totò Riina per ben tre ore nel carcere milanese di Opera.
Sul colloquio nulla trapela, se non note strane dell’avvocato Luca Cianferoni che parla di innocenti in gabbia e di responsabili rimasti fuori.
Di certo è facile capire come si tenti di inquinare il clima, a miglior difesa dei condannati con prove schiaccianti e certe.
La verità non può essere del tutto ribaltata e i mafiosi c’entrano eccome nell’assassinio dei due insigni e coraggiosi magistrati.
Qui non si parla di mutare orizzonte ma piuttosto di vederlo e registrarlo in tutta la sua effettiva complessità.
E proprio in questa direzione i stanno emergendo memorie da cui quel famoso patto pare trarre motivi di credibilità.
Si parla dei tentativi di trattativa curati dall’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, di cui oggi riemergono le tracce.
Qualche sponda doveva pur esserci, qualche reciproca convenienza pure e la rischia di uscirne con le ossa rotte.

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Nuove indagini sulle morti di Falcone e Borsellino

Sentori di intorno alle attività della mafia ve ne sono sempre stati.
Per lungo tempo si è parlato del cosiddetto , ipotizzando accordi tra la criminalità organizzata e settori delle politica, dell’alta società e dei cosiddetti poteri forti.
Diversi processi hanno lasciato intravedere scenari interessanti su questi connubi, ma non si è mai potuto condurre l’analisi fino in fondo e mettere alla sbarra tutti coloro che lo meritavano.
Si ricordano polemiche a non finire intorno alle accuse poste ad Andreotti e ai suoi sodali politici nel territorio siciliano.

Ora sembra ritornare una nuova stagione di indagini pesanti.
L’oggetto sarebbero gli di Capaci e di via D’Amelio in cui perirono rispettivamente Giovanni Falcone e Paolo .
Erano i magistrati di punta nella lotta contro la mafia, quelli che erano riusciti a penetrarne i segreti e forse ad affacciarsi al contesto più ampio e cupo in cui agiva..
Non a caso vennero colpiti in uno dei momenti più tragici del confronto tra lo Stato e la peggiore criminalità del paese.

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Mauro Rostagno: le indagini, il ricordo

Ci sono voluti ventuno anni, ma ora siamo a una svolta.
L’assassinio mafioso di Mauro Rostagno, parrebbe avere finalmente mandante e .
L’uno è Vincenzo Virga, ex capo della mandamento di Trapani, l’altro Vito Mazzara, di provata esperienza e crudeltà.
Ad aiutare i magistrati sono venute le memorie di un pentito e ora la via investigativa sembra giunta a un suo punto fermo.
Per quel che sé è capito fu comunque l’intera struttura centrale e locale della mafia a decidere di far tacere quel personaggio critico e scomodo, una mente che pensava e una bocca che parlava dove era vietato farlo.

Mauro Rostagno era giunto nel trapanese dopo essere stato uno dei leader del Sessantotto e dell’estrema sinistra.
La sua sensibilità sociale e la volontà di portala sui versanti concreti l’avevano spinto a scegliere un territorio difficile e pericoloso.
Aveva qui fondata la comunità Saman per il recupero dei tossicodipendenti e un’emittente televisiva, Rtc, che oggi non c’e più, ma in allora venne lanciata in indagini e campagne dirompenti.
Il Rostagno aveva una reale tempra giornalistica e coraggio da vendere.
Portò nel silenzio non solo una voce ma un metodo e un esempio.
Quel suo cercare con scrupolo e dovizia dove non si doveva ne segnò la condanna a morta.
Tirava sassate a Cosa Nostra in casa sua, dove tutto era meraviglioso tacere.
Agiva sul piano culturale e informativo, facendo crescere un seme che bisognava estirpare.
E per lunghi anni la sua vicenda on ottenne tutta l’attenzione che meritava.
Le stesse indagini latitarono.
Oggi qualcosa si è finalmente mosso.
Quel che più importante è però ricordare questa bella figura di persona impegnata, che non ha fatto solo vuote parole, ma ha invece il merito di condurre una vera battaglia di civiltà e democrazia, di promozione sociale e di verità.

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