Il mito del progresso
E’ nello nostre memorie di bambini.
Vive forte nelle generazioni seguite all’ultimo conflitto mondiale, ma ha radici che conducono all’indietro fino al sorgere della nuova scienza galileiana e baconiana.
Si sposa con la storia e la politica di potenza dell’Occidente, con l’aggressività del suo porsi come unico orizzonte ideale e concreto di indirizzo del pianeta.
È stato diversamente ma comunemente tradotto dalle grandi ideologie che hanno dominato lo scorso secolo.
Vive nei fondamentali economici e tecnologici che caratterizzano la modernità e giungono fino a noi.
Ha persino lontane radici cristiane, nel suo puntare verso l’avvenire.
E’ il mito del progresso costante e protratto verso mete indefinite.
Eppure proprio oggi si scopre la fragilità concreta di questo assunto di base che ha guidato la stessa nostra idea della storia e della società.
Cominciamo a temere che la vita dei nostri fogli possa essere peggiore della nostra.
Vediamo che la tecnologia aiuta ma pure distrugge.
Sappiamo che il pianeta non tollera gli assalti che gli abbiano portato e sta ponendo limiti a ulteriori espansioni.
Iniziano a percepire che i processi economici vanno controllati e che tutte le opere dell’uomo sono ambigue.