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Sono un bubbone noto e ormai ben consolidato: si tratta dei paradisi fiscali.
Ve ne sono quasi una cinquantina nel mondo e c’è quindi l’imbarazzo della scelta.
Potete fermarvi in Europa, come dirigervi verso i Caraibi o il sud est asiatico: ne troverete di sopraffini.
La finanza d’assalto ci gongola, le imprese che odiano le tasse li esaltano, chi ricicla ed è malavitoso sentitamente ringrazia.
Il giro d’affari stimato verte sui milleottocento miliardi di dollari all’anno.
Quante cose buone ci si potrebbero fare, se non esistessero.
Il segretario dell’OCSE Gurria ha tuonato che in tempi di crisi questo Eden risulta inaccettabile.
Anche l’Unione Europea vuol vederci chiaro, ma paesi come il Lussemburgo tendono a turarsi le orecchie.
La Svizzera nicchia, Montecarlo apre, poi si vedrà.
L’atmosfera non è favorevole, ma gli affari sono affari: non sarà facile mettere o imporre ordine in materia.
L’esigenza è però avvertita e molti Stati fanno fatica ad accettare capitali che volano altrove, mentre in giro c’è tanta penuria di risorse.
Pare insomma che il liberismo selvaggio rischi di perdere uno dei suoi santuari preferiti.
Di certo qualche provvedimento andrà preso e, se non altro, si proverà a mediare delle soluzioni.
Tra tasse che non si pagano, segreto bancario, e possibilità di rendere bianco ciò che è nero, i paradisi offrono una quantità di opzioni infernali.
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