Orizzonti aperti, menti chiuse
Unità e differenze, incontri e scontri, responsabilità comuni e interessi particolari.
Oggi tutto ci appare vicino e lontano al tempo stesso.
Il sapere si allarga e le conoscenze si fanno labili.
Non basta una vita per capire e nemmeno molte, eppure occorre decidere.
Il panorama si allarga ed evoca speranze e timori.
Che dirne e che farne?
Gli scambi sono sempre esistiti, da che mondo è mondo le culture nascono, si incontrano e migrano.
Ci sono i momenti dell’identità forzata e quelli delle contaminazioni più varie.
Non è così oggi?
Tutto dice che dobbiamo rinnovarci e uscire dagli ultimi rifugi.
Contate e difendete il vostro patrimonio finchè volete, figli e nipoti ne faranno strame se non saprete comunicare valori ampi e visuali elevate.
Se la politica è piccola è perché lo siamo noi.
Altrettanto se è violenta o becera, noiosa o sguaiata.
La qualità della democrazia non sta nei destini, ma nelle scelte.
Oggi si sa che il cervello è uno strano organo: non è statico ma plastico e mobile, crea connessioni secondo quanto decidete e sperimentate.
Chi si chiude ha una coscienza chiusa e un mondo povero e stantio.
Ma chi si lascia irretire dal frastuono dilagante è altrettanto schiavo: sente e vede come gli altri vogliono e perde la misura.
Siamo più di un cumulo più o meno ordinato di cellule o di particelle atomiche.
Vibriamo con l’universo ma a una frequenza tutta nostra.
Se dovessi dire, pur con tutte le remore e i difetti del caso, Obama dà un senso di ampiezza e di prospettiva, molta nostra politica, italiana ed europea, sembra un penitenziario.
Se risorgono i fascismi e le piccole patrie siamo finiti.
Se sappiamo tendere la ali verso l’orizzonte, con prudenza e impegno, il futuro parlerà del nostro coraggio e del sogno di una umanità più libera e unita.