Quel gran pasticcio del caso Marrazzo
Ora è a terra, sommerso da un vizio che voleva restare segreto.
Così non è avvenuto e un’itera storia familiare, professionale e politica è stata gettata alle ortiche.
Difficile risollevarsi, per Marrazzo, come capire il perché della leggerezza che lo ha condotto nel baratro.
Curiosità insane possono sorgere nella vita di un uomo sovraesposto, ma la forza personale sta proprio nel non svendere un’intera esistenza per un idea folle.
Qui sta la responsabilità che l’ex presidente della Regione Lazio doveva avvertire soprattutto davanti a se stesso, ma anche ai suoi compagni di vita, a chi lo aveva eletto, a quanti lo avevano seguito nelle sue trasmissioni di servizio e denuncia sociale, che procedevano sul filo di una tradizione rappresentata dal padre giornalista morto per la sua lotta contro la mafia.
Quanto è avvenuto dopo non stupisce.
I quattro carabinieri accusati di concussione producono il filmato.
C’è Marrazzo che giunge con la sua auto blu fin nei pressi dell’appuntamento e poi si reca all’incontro con il transessuale.
Vengono quindi le richieste, gli assegni staccati, i soldi che cambiano tasca per mettere tutto a tacere.
Nel frattempo il video gira, si vuole venderlo al miglior offerente, in un tentativo di bieco commercio che non ha esiti.
Vengono le intercettazioni e parte l’inchiesta: la storia, in sintesi, è tutta qua
Poi il velo si squarcia e per lo meno Marrazzo non nega e si dimette: ora dovrà ripartire dalle macerie.