Vent’anni di follie per una libertà degradata
Vent’anni fa il comunismo si scioglieva al sole.
Accadeva senza troppe violenze, come una sorta di comunicazione della morte annunciata di un malato vissuto troppo a lungo nella vita artificiale.
Si era avvelenato da solo, con quelle leadership vetuste, prone sui propri bisogni, estranee al grido sordo di sfiducia accumulatosi all’intorno.
Altro che eguaglianza, giustizia e libertà: un cimitero della persona e una burocrazia invadente e cieca.
Eppure non morì di ideologia, ma di economia nuda e cruda.
Sanzionò la fine uno dei politici più ammirevoli e sfortunati di questi tempi vani: Michail Gorbacev.
Fu un curatore fallimentare eccelso, ma la sua Russia lo ha poi guardato spesso con livore.
L’Occidente vinceva la sua battaglia e decretava la fine della storia.
I fratelli dell’Est si attrezzavano a entrare in Europa e gustavano i primi doni del consumismo d’oltre cortina.
Era una festa coinvolgente e speranzosa: l’intero orbe terracqueo consegnato alla democrazia e all’opulenza.
Tempi lontani: so che negli ultimi anni è ritornato alla grande lo studio di Marx.
Ai tempi della mia giovinezza mi tediava: essendo religioso sul serio non mi andavano per nulla quelle chiese oltranziste che assomigliavano tanto alla mia, quando si sente invasa dal dogmatismo integralista.
Il nulla del pensiero e il troppo dell’appartenenza mai critica.
Ora, forse, ci sarà prudenza e i vecchi hanno quasi sempre qualcosa di utile da insegnare, se presi col bilancino.