Obama e la palude afghana

L’Afghanistan non è solo un problema e un imbuto per noi e la nostra classe politica.
Per gli Stati Uniti è ancora peggio, sia in termini di esposizione e di responsabilità, che di impegno e di vittime.
Noi piangiamo i nostri caduti ma là, oltre oceano, di bare, di corone, di pianti e di tristezze se ne conoscono, vedono e patiscono ben di più.
Il quesito è quindi più pressante ancora.
La è diffusa nell’opinione pubblica americana che non ne può più.
Già in Irak ha subito perdite consistenti: altro che l’11 settembre!
In terra afghana non va meglio e i conti puntato al rosso.

Obama è intervenuto ieri in una trasmissione giornalistica della rete CBS.
Ha un bisogno matto di spiegarsi e di convincere.
Intervistato da Lettermann su più problemi ha dovuto anche intervenire sul pasticcio afghano.
Il motivo gli era stato già fornito dal capo spedizione, generale Mac Crrystall, il quale ha inviato un documento alla Casa Bianca ma ha anche affermato esplicitamente più volte che per vincere il conflitto gli occorrono forze maggiori: trenta/quarantamila soldati in più
Il presidente sa che gli americani non ne vogliono sapere e ha detto che solo un chiarimento nelle strategie lo potrà spingere a inviare nuove truppe.

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Parole di fuoco scagliate nel nulla

La politica odierna si perde nella parole, le esaspera, ne fa un missile gettato contro l’avversario.
Si producono esagerazioni a non finire, si vomita tutto il possibile, come se la verità venisse dagli sbalzi di umore o dalle fughe nella retorica più sfrontata.
Non capita solo nei nostri lidi, è un abito che viene vestito in larga parte del pianeta e non da oggi.
La prudenza che dovrebbe guidare chi ha responsabilità di peso viene abbandonata ai margini:l’ego deve esplodere e contagiare un pubblico che non aspetta altro che paprika e peperoncino in dosi industriali.

In casa nostra abbiamo avuto il Brunetta che ha parlato addirittura di colpo di stato.
Ebbene: porti le prove, vada dai magistrati, faccia nomi e cognomi, dica cosa sa e perché parla, altrimenti è solo fumo negli occhi.
Affermazioni di questo tipo sono gravi e ti aspetteresti che tutti i media ne parlassero con dovizia di particolari e con immediate indagini a tappeto: nemmeno per sogno.
L’assuefazione al nulla dei contenuti è tale che si può dire qualsiasi cosa in qualsiasi modo senza che vi si dia altro valore che di mera propaganda.
Dall’altra parte risponde paragonando Berlusconi addirittura a Saddam Hussein e allo stesso Hitler.
Ora, del premier si può anche pensare il peggio, ma citare esempi di quel tipo è francamente esagerato e privo di logica.
Per fortuna in Italia il sangue non è ancora scorso e nessuno ha costruito campi di concentramento opportunamente forniti di camere a gas.
Così si rischia di ottenere l’effetto contrario, di allontanare le persone dalla ricerca del vero.

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Nuovo gelo tra l’America del Sud e gli Stati Uniti

C’è una crisi internazionale piuttosto seria che non ha avuto molto spazio sui media nostrani, troppo concentrati sulle perenni polemiche di casa nostra.
Riguarda l’ ed è stata innescata dalla decisione del presidente colombiano Uribe di concedere alcune basi alle forze armate statunitensi.
Il motivo starebbe nella necessita di contrastare con più efficacia il narcotraffico e l’endemico terrorismo locale.
In realtà molti osservatori rimarcano che per quel tipo di battaglie ci sarebbe bisogno di ben altro..
L’iniziativa, insomma, appare sospetta e l’intero continente, soprattutto nelle sue componenti di sinistra, si è allarmato.
Chavez ha addirittura parlato di venti di guerra e la tensione è cresciuta.
Una riunione dei presidenti dell’area tenutasi urgentemente non è riuscita a conseguire accordi seri.
Grazia alla mediazione argentina si è giunti comunque a una dichiarazione di generica condanna per qualsiasi tentativo, da parte di potenze straniere, di inserirsi con forza minacciosa nel continente sudamericano.
Logicamente l’accenno non riguarda la Svizzera o l’Australia, la o la Cina.

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Stati Uniti: svolta anti tortura

Si ritorna alle legge anche nel rispetto dei prigionieri: questa è la buona notizia che ci giunge dagli .
Lottare contro il terrorismo non significa essere simili o addirittura peggiori del presunto nemico.
Obama vuole chiudere con la stagione delle torture che tanto discredito ha portato sulla americana.
Si parla infatti dell’istituzione di una , indipendente dalla CIA, deputata a seguire gli interrogatori critici, posta sotto il controllo del Consiglio della sicurezza nazionale direttamente collegato alla Presidenza.
L’obiettivo è quello di evitare nuovi abusi e di far adeguatamente rispettare le convenzioni di Ginevra.
In tali modi si prova ad uscire da un lungo incubo, sulla cui natura e portata stanno continuando a emergere informazioni e accuse.

La tortura, nell’era Bush, è stata ampiamente utilizzata sia in Irak che in Afghanistan, colpendo, talora, degli innocenti.
La CIA si è impelagata su questo terreno terribile e scivoloso in base o ordini ben precisi giunti dall’alto.
Ora, sotto la nuova direzione di Leon Panetta prova a rimediare, nell’impegno di e di non nascondere le magagne del passato.
Nel frattempo è probabile che nuove inchieste vengano aperte, le quali potrebbero anche portare all’incriminazione di specifici agenti dell’organizzazione.
All’interno corrono disappunti e timori.
Le responsabilità non possono che puntare in alto.

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L’anniversario di Hiroshima ci consegna un perenne monito

Ci sono anniversari significativi che non bisogna mai dimenticare per il loro enorme e universale portato storico.
Ebbene oggi si ricorda il disastro nucleare di Hiroshima, la prima volta in cui venne sganciata una bomba atomica sopra una città nemica.
I morti furono centoquarantamila e i feriti con l’esistenza rovinata da ferite e malattie terribili risultarono una moltitudine.
Gli , primi e per fortuna ultimi ad assumere una così grande responsabilità, replicarono poi a Nagasaki e le vittime salirono di altre settantamila unità.
Di fronte a un tale dispiego di forza rovinosa e letale, il Giappone dovette piegarsi e adattarsi alla resa incondizionata.
Finiva così il secondo conflitto mondiale, con un monito esteso all’intera umanità.
Ma la proliferazione nucleare continuò, coinvolgendo via via altre nazioni a cominciare dall’Unione Sovietica.

Il sindaco di Hiroshima, Tadatoshi Akiba, nel corso della grande commemorazione cui hanno preso parte circa cinquantamila cittadini, ha auspicato e chiesto l’abolizione totale delle atomiche entro il 2020.
Ha inoltre elogiato il presidente Obama per le sue disponibilità, ribadendo che proprio agli spetta di dovere l’iniziativa su questi temi, in quanto sola nazione che ha nei fatti sperimentato l’uso della fatale bomba.

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20 luglio 1969: e fu Luna

Quanto è stato grande quel ?
Il piede di Neil quarant’anni fa si posava sulla luna e pareva aprire una nuova era per l’umanità
Seguiva Buzz Aldrin e fu la prima, breve escursione sul nostro, lontano satellite.
I due astronauti presero contatto con le pietre e la polvere di Selene, piantarono, ben eretta, la bandiera della loro nazione, fecero fotografie, raccolsero reperti e poi risalirono sul Lem, il modulo con cui erano scesi e ora cercavano di tornare all’astronave madre.
Non fu facile, ma riuscirono nell’aggancio e poterono nuovamente riunirsi a Michael Collins, per poi tornare sulla Terra, concludendo l’impresa attraverso il classico ammaraggio.
Gli Stati Uniti celebrarono il tanto , vincendo la contesa spaziale con l’Unione Sovietica.
In tutto il mondo vi fu grande emozione e anch’io porto tra i ricordi, come molti del resto, la cronaca congiunta dell’ gestita da Tito Stagno e Ruggiero Orlando.

Sembrano tempi lontani.
Il cielo continua a essere immenso, e, dopo alcune altre spedizioni ugualmente dirette verso la Luna, missioni di quel genere non se ne sono più tentate.
Oggi si celebra l’ e Obama riceverà alla Casa Bianca i tre eroi nazionali.
Ovunque, negli Stati Uniti e sul pianeta, vi saranno commemorazioni, reportage, feste e quant’altro serve a ricordare quel sogno realizzato.
C’è chi ancora dubita che l’impresa sia davvero risuscita e parla delle solite manipolazioni politiche ispirate dal clima della Guerra Fredda.
La storia ha generalmente archiviato il caso e oggi sarebbe cattivo vezzo riaprirlo.
Prima o dopo gli americani sono comunque giunti sulla Luna, questo si sa.

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Verso nuove intese tra Russia e Stati Uniti

Partono i colloqui tra Russia e Stati Uniti e potrebbero da subito portare a dalle interessanti e succose novità.
Il clima tra i due presidenti, Medvedev e Obama è positivo e vi è una disponibilità reale a svelenire un rapporto che, nell’ultima parte dell’era Bush, si era deteriorato fino al punto di far temere una sorta di ritorno alla Guerra Fredda.
Ora pare vicino un nuovo accordo di riduzione degli armamenti.
Sarebbe il primo, dopo due decenni in cui non si è fatto nulla.
Si vocifera anzi che gli esperti delle due parti abbiano già approntato un testo, cui mancherebbe soltanto la firma dei due contraenti.
Forse oggi stesso potrebbe esserci l’annuncio ufficiale.
Sarebbe un passo in avanti davvero utile e indicativo, soprattutto in un momento storico come questo che ha visto le spese militari crescere ovunque e lascia pure balenare nuovi scenari di proliferazione atomica.

I temi all’ordine del giorno sono comunque diversi e tutti rilevanti.
Si va dal prossimo G8, alle relazioni planetarie, ai problemi bilaterali.
Il negoziato dovrà infatti comprendere anche i progetti americani di scudo spaziale, gli allestimenti missilistici in Polonia e in Cekia e le inclusioni nella NATO di paesi considerati nell’orbita russa.
Obama è sembrato disponibile ad ascoltare le ragioni dell’interlocutore il quale ha mostrato di gradire.
In campo ci sono anche le misure da assumere nei confronti delle sfide nucleari portate dall’Iran e dalla Corea del Nord e si tratterà pure di lotta al internazionale.
Né potranno mancare cenni alle situazioni in Georgia.

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Gli Stati Uniti tornano nel Consiglio per i diritti umani dell’ONU

La notizia deve essere guardata con favore.
Gli Stati Uniti rientrano nel Consiglio per i diritti umani, organismo dell’ONU con sede a Ginevra.
Dopo l’era Bush, contrassegnata dal disprezzo più volto esibito verso le grandi organizzazioni internazionali, si volta pagina.
L’ambasciatrice presso le Nazioni Unite Susan Rice ha detto che gli americani si impegneranno affinchè la struttura venga riformata e rafforzata.
In quale senso e con quali esiti lo vedremo.

In tema di diritti umani gli Stati Uniti si sono presi una lunga vacanza e eredita una situazione davvero complicata e difficile.
Ha già chiuso Guantanamo e vuole celebrare al più presto i processi contro i sospetti fiancheggiatori di Al Qaida, offrendo comunque loro le necessarie garanzie.
Sulle responsabilità della CIA ha invece chiuso per lo meno un occhio se non due e non mostra troppa fretta di indagare sul serio intorno a quanto il predecessore ha compiuto e suggerito.

La lotta contro il terrorismo è stata il pretesto intorno al quale si sono articolare autentiche offese ai diritti universali nella stessa terra americana.
Figuriamoci altrove, dove sono venuti alla luce in guerra, nei siti di interrogatorio, nel trattamento dei prigionieri e nelle offese ai civili.
Il clima di lotta all’ultimo sangue e di terrore ha portato a episodi diffusi di tortura e di devastazione delle menti e dei corpi.
Oggi abbiamo ampia e ineccepibile documentazione su quanto è accaduto in e in Iraq.
Tutto concorre a richiedere agli americani una svolta seria, anche nei contesti di conflitto ancora aperti.
L’orrore non ha prodotto sicurezza, ma solo odio.
Il rispetto dei diritti non può essere sospeso e ripreso quando si vuole e sulla base dei soli interessi politici e strategici immediati.
E qui bisogna essere conseguenti e chiedere ad ancor maggiore chiarezza nella svolta che ha già impresso.
Deleghe in bianco, su certi temi, non se ne devono più dare.

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Nuovi spazi di relazione tra Cuba e Stati Uniti

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I rapporti tra Stati Uniti e Cuba ritornano nell’agenda internazionale.
Accade al vertice delle Americhe in corso di svolgimento a Trinidad e Tobago.
Su Obama piovono richieste di revisione dei rapporti da parte di diversi leader ed egli ha già prodotto e indicato alcune aperture.
E’ iniziato un dialogo a distanza con Raul Castro che promette bene, soprattutto se nell’isola caraibica verranno attuate alcune riforme democratiche.
Il contenzioso risale ad anni lontani, quando la rivoluzione spazzò fuori il regime corrotto di Batista, gradito a Washington.
Il nuovo potere castrista venne osteggiato e dovette gettarsi nelle braccia dell’Unione Sovietica, per proteggersi dall’ingombrante vicino.
Gli Stati Uniti risposero con un embargo economico che dura a tutt’oggi e ha causato a Cuba un costante deficit economico.

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Svolta nella lotta contro il narcotraffico messicano

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Il viaggio nell’America Latina di inizia in Messico con un nodo difficile da sciogliere.
Si tratta del narcotraffico che invade il paese vicino e trova il suo mercato d’eccellenza proprio negli Stati Uniti.
E’ una realtà che noi conosciamo poco eppure ci riguarda.
Sono infatti testimoniate forti relazioni tra i cartelli messicani e la n’drangheta, che avrebbe così lasciato il preferenziale ma ora pericoloso approdo della ., per trovare nuove alleanze.
Il commercio della cocaina è enormemente lucroso su ambedue le sponde dell’Atlantico e gli appetiti criminali sono cresciuti a dismisura.

Il governo messicano ha spesso usato l’esercito per colpire i trafficanti, ma non è ancora riuscito a scalfirne il potere e il controllo territoriale sul nord della nazione.
come i Los Zetas imperversano, uccidendo magistrati, militari, poliziotti e intimidendo i cittadini.
Sono ben fornite, stipendiate e si muovono con agilità.
E’ una vera e propria guerra che è già costata vittime a grappoli e non sembra potersi risolvere mai.

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