Yemen: il conflitto sconosciuto

Dello Yemen si tratta talvolta e in positivo per le bellezze straordinarie delle sua preziosa architettura, per il fascino degli scenari naturali, per le peculiarità della cultura.
Se ne è anche parlato in occasione dei numerosi rapimenti di turisti avvenuti negli ultimi anni, segno ed esito dei frequenti e costosi dissidi tribali che vi albergano: e qui si è aperto uno spiraglio sulla frammentarietà sostanziale del paese.
Poco si sa invece di un vero e proprio conflitto che oppone l’esercito governativo ai ribelli del nord.
Questi ultimi sono sciiti, sempre islamici ma di credo differente rispetto al resto degli yemeniti che sono invece sunniti.
Inseriti nello stato dal 1962, dal 2004 lottano per ottenere una sostanziale indipendenza.
Vorrebbero ripristinare il potere temporale della loro guida spirituale, l’iman zaidita della provincia.
Né si limitano a protestare, ma hanno aperto un vero e proprio fronte armato.

E’ di ieri la notizia di un attacco che i ribelli hanno portato contro il sito a capoluogo del nord, ai confini con l’Arabia Saudita.
Volevano conquistare quello che viene considerato come un vero e proprio simbolo del potere avverso.
Il tentativo è fallito e la risposta dei governativi è stata durissima.
Sul terreno sono rimasti almeno centoquaranta morti.
Il tutto è accaduto dopo la proclamazione di una fragile e breve tregua, malamente rispettata.

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Afghanistan: che fare?

E ora che fare? Questo si chiede l’intera italiana, dopo la strage di Kabul.
La domanda gravita ovunque e non ha risposte facili se non per gli eterni semplificatori.
Non siamo i soli a pensarci: le vittime della lotta in corso in Afghanistan provengono da una pluralità di paesi impegnati in quella sordida palude.
L’opinione pubblica mondiale ed europea è perplessa e anche negli Stati Uniti il 60% della popolazione desidererebbe lasciare al loro destino Karzai e la sua beata compagnia.

Bossi vorrebbe i nostri soldati a casa per Natale.
Non crede che la situazione sia risolvibile e dubita del debole regime di Kabul.
La sinistra radicale non ha mai gradito il nostro intervento e quindi fa poca fatica a chiedere di abbandonare baracca e burattini.
Di Pietro vuole anche lui il ritiro, considerando la partita persa anche sul piano della democratizzazione delle strutture locali.
La Russa non vuole invece demordere dall’impegno e tutto il PDL lo asseconda, pur con toni meno pugnaci.
Casini desidera a sua volta che si rispettino i nostri impegni internazionali.
Anche il PD non è favorevole a un immediato abbandono che genererebbe rischi incalcolabili, ma vuole un ritorno alla politica e una revisione delle scelte strategiche.
Lo afferma anche Bersani a “Ballarò”, proponendo di coinvolgere i paesi limitrofi e potenze come la Russia e la Cina in un dibattito che dovrebbe condurre a soluzioni più salde e credibili.

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90 morti per un bombardamento NATO in Afghanistan

Succede in Afghanistan.
Un commando di si impossessa di due camion cisterna lungo un percorso autostradale nei pressi di Angordagh, nel distretto di Kunduz.
Lo scoprono gli aerei della e decidono subito il da farsi: distruggerli.
Ha luogo il bombardamento ed è strage: 90 morti, non un bruscolino.
Tra questi ultimi molti ribelli o terroristi che dir si voglia, ma anche un buon numero di malcapitati civili.
E’ la solita storia: altro che azioni militari intelligenti e selettive, qui si colpisce nel mucchio, senza molti riguardi.
E per quale risultato poi?

Il pantano afghano non ha vie facili di uscita.
Le elezioni si stanno sempre più risolvendo in una contesa priva di verità certe: è probabile che vinca Karzai, ma con quali modi c’è riuscito non si sa.
Del resto forse tutti hanno barato dove potevano.
Divisioni etniche, clan potenti, brogli diffusi, contestazioni di ogni tipo, può uscire una buona da questo guazzabuglio inestricabile?
Gli esiti saranno accettati o porteranno nuove divisioni?

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Ergastolo per il responsabile della strage nazista di Falzano di Cortona

Tarda, talvolta, la giustizia ad arrivare, ma prima o poi morde chi l’ha offesa.
A 91 anni, , è strano vederti ripagato con l’ergastolo nella tua Germania, dove ti eri reintegrato senza scossoni, arrivando, nella tua città natale di Ottobrunn in Baviera, e essere pure un consigliere comunale.
E ora ti tocca il giudizio del Tribunale di Monaco per una strage ormai antica, allorchè eri un giovane tenente della Wermacht in territorio toscano.
Strage dicono, e strage fu in quel di Falzano di Cortona in provincia di Arezzo
Era il 26 giugno del 1944 e in una casa erano stati ammassati diversi ostaggi, presi per ad un attacco dei partigiani che aveva provocato la morte di due soldati tedeschi.
L’edificio venne fatto saltare in aria e perirono quattordici innocenti.
Si salvò l’allora ragazzo Gino Massetti che è stato l’imprevisto e imprevedibile teste d’accusa.
Non sempre le ciambelle, per fortuna nostra, vengono con il buco.
Vi fu un primo processo in contumacia con condanna all’ergastolo curato, nel 2006 dal Tribunale militare di La Spezia.
Ora si è giunti alla conclusione più logica: il paese responsabile dà la sua condanna al nazista di turno.
E ora tu comunque paghi, se non altro dinanzi allo corte suprema della storia.

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Bologna: memoria di una strage in cerca d’autore

85 , oltre 200 feriti, l’orologio rimasto fermo sull’ora fatidica, le macerie e il senso di incredulità, il terrore, il disagio, la scoperta, il dolore lancinante, lo sdegno e la sete di verità mai placata.
La strage alla stazione di Bologna accaduta nel 1980 parla ancora di uno dei periodi più duri e luttuosi conosciuti dalla nostra e dal paese intero
Pone interrogativi e non pacifica gli animi.
Ancora i familiari delle vittime a richiedere rispetto e tutela dei diritti.
Ancora i fischi verso l’oratore governativo di turno,questa volta il ministro Bondi e poi i consueti interventi delle autorità più varie, la presenza dei politici e per fortuna della folla, mai doma nell’esigere una ricostruzione più seria e completa.

Napolitano chiede una riflessione collettiva, ma non è facile condurla dove le ombre sono ancora così fitte.
In galera, riconosciuti come autori materiali della strage, vi sono i neofascisti Fioravanti e Mambro, che peraltro continuano ancora oggi a negare ogni responsabilità.
Ci pensa a ricordarlo il deputato del PDL Capezzone che vorrebbe maggior coraggio nell’esplorare anche altre piste.
Ma qui si vuole capire il contesto o sfuggirlo?
Le accuse all’estrema destra sono documentate e hanno trovato ampi riscontri per tutte le cosiddette stragi di Stato.
Da verificare ci sono i mandanti ed è qui che il gioco non si è mai chiarito e il rispetto per le vittime è andato a farsi benedire.
Noi sappiamo della manovalanza, ma il torbido parla di apparati e istituzioni, servizi segreti deviati, demoni potenti di associazioni reazionarie legate a interessi oscuri e a piani di destabilizzazione a lungo raggio.

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Nuovo, grave attentato ad Herat, in Afghanistan

L’approssimarsi delle afghane non segna alcuna tregua.
Aldilà dell’appello dei a non votare, proseguono anche le azioni terroristiche, mirate a colpire obiettivi specifici, ma destinate, per forza di cose, a causare vittime civili.
In questo qualcuno potrà ravvedere forse una contraddizione rispetto agli indirizzi che i danno segno di voler seguire nel rispettare le popolazioni locali.
In realtà la strategia contempla il bastone e la carota, e il farsi vedere in grano di agire ovunque e comunque con grande clamore ne fa parte essenziale.

Un nuovo e pesante attentato ha scosso oggi la città di , nell’area orientale controllata proprio dal contingente italiano.
Si parla di 8 morti e di circa una trentina di feriti.
I numeri andranno verificati ma si conosce già qual’era il vero fine dell’azione.
Si tratta della capo della polizia per il distretto di Enjeel, Khawja Muhammad Isa, anch’egli colpito, gravemente ferito e attualmente ricoverato in condizioni critiche.
L’operazione è stata realizzata facendo saltare con il telecomando un ordigno posto in un bidone della spazzatura.
La zona in cui i fatti sono avvenuti risultava affollata e ciò spiega la strage.

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Disastro ferroviario a Viareggio ed è strage

Un nuovo ha funestato la notte di Viareggio
Questa volta non si è trattato di una semplice interruzione delle linee ma è intervenuta una vera e propria strage.
Il bilancio è provvisorio ma terribile.
Si parla di tredici vittime, di trentasei feriti gravi, con ustioni diffuse, e di diversi altri in minore pericolo.
La responsabilità dell’accaduto è di un convogli merci che stava passando presso la stazione della nota città balneare.
Il convoglio, formato da quattordici vagoni, comprendeva alcune cisterne che trasportavano gas GPL.
Proprio queste sono deragliati a causa, forse, del cedimento di un carrello.
Ne sono seguite esplosioni che hanno raggiunto e incendiato alcuni condomini circostanti, causando il panico, la distruzione e la morte
I macchinisti del treno sono vivi per miracolo.
L’incendio è difficile da domare e la bonifica dell’area durerà non poche ore, costringendo ben duemila residenti nei dintorni a lasciare le loro case, come misura cautelativa.

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Tornano le stragi in Irak

Siamo prossimi alla data in cui inizierà la prima fase del ritiro delle forze americane dall’Irak, prevista per il prossimo 30 giugno, e fioccano gli .
Dopo quello avvenuto a Kirkuk, nel nord del paese e il cui bilancio era salito fino a settantuno vittime, ieri se n’è avuto un altro a Sadr City, grande sobborgo di Baghdad.
Un mezzo dedicato al trasporto di frutta e verdura, nascondeva una potente bomba.
Giunto al mercato, nel bel mezzo di un assembramento sufficientemente nutrito è stato lasciato dal conducente ed è quindi saltato in aria.
Il bilancio è ancora provvisorio e si attesta oltre i sessanta morti e i centocinquanta feriti.

Torna quindi il sangue sulle strade irakene e probabilmente questa recrudescenza di non è casuale.
Forse si tratta di un tentativo attraverso cui Al Qaida vuole dimostrare la propria forza in un momento strategico.
Ma non mancano altre possibili piste, tutte legate ai dissidi di fondo che attraversano la società locale.
In sostanza qualcuno vuole reinnestare odi e divisioni di marca religiosa ed etnica e mettere in difficoltà il Governo e le sue strutture di difesa, provando che sono incapaci di assolvere al compito affidatogli
In realtà da oltre un anno l’Irak è più tranquillo e le diverse fazioni e milizie che prima si contendevano il terreno sono state opportunamente tacitate.
Accordi ai diversi livelli che hanno coinvolto le diverse unità tribali sono stati il mezzo attraverso cui si è giunti a una graduale pacificazione.
Ed è questo il frutto della gestione più intelligente attuata dal generale Petreus, che ha saputo avviare trattative concrete ad ampio raggio ed ha così rafforzato la possibilità di un nuovo assetto condiviso degli equilibri di potere e amministrativi.
Ora, con le prime partenze degli americani, c’è chi vorrebbe riportare il disordine e innalzare nuovi muri di odio e non è difficile immaginare sullo sfondo l’ombra di Bin Laden.
Si tratta quindi di una sfida che il Governo irakeno deve saper affrontare da solo, per dimostrare la raggiunta maturità della sue organizzazione di difesa e del suo controllo effettivo sul territorio.

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Strage di operatori umanitari nello Yemen

Forse sono tutti morti, forse qualcuno è ancora in vita.
Le notizie giungono contraddittorie ma forse la strage è stata completata e tra le vittime vi sono anche tre bambini.
Si trattava di medici e operatori umanitari (sette tedeschi, un britannico e una sudcoreana) che lavoravano presso una locale struttura ospedaliera.
Si trovavano nella regione di Sadaa, presso i confini con l’Arabia Saudita, terra remota e controllata in parte da un’etnia ribelle al governo centrale, gli Houti.
Il rapimento si è presentato anomalo.
Non vi è stata alcuna richiesta di riscatto, come in genere avviene.
Si è inoltre concluso con la morte degli ostaggi, altro fatto strano e difficilmente spiegabile secondo le logiche conosciute.

Il governo accusa i ribelli, questi ultimi smentiscono e la vicenda si fa misteriosa.
I retroscena parlano anche di al Qaida, che avrebbe una sua forte presenza in zona e tenderebbe a estendere il suo influsso sul paese che, ricordiamolo, diede i natali allo stesso Bin Laden.
E’ possibile che dietro la vicenda possa esserci la volontà di intimidire.
Lo è oggi una nazione tutt’altro che unita.
Deve non solo subire le consuete spinte all’autonomia delle singole tribù, ma anche assistere a veri e propri tentativi di secessione che si presentano sia al nord che al sud del paese.
In questo complesso e fragile scenario al Qaida mira certamente ad occupare un ruolo, così come accade, anche in Somalia.
L’organizzazione terroristica sta infatti tentando di ottenere nuove basi di azione, dopo che l’offensiva governativa in Pakistan sta mettendo a rischio i suoi insediamenti nelle aree dei .

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La polveriera Pakistan squassata da un nuovo scoppio

Occorre tornare a parlare nel Pakistan, sempre e purtroppo per ragioni nefaste.
Il grande paese, potenza nucleare, continua ad essere scosso dalle tensioni, dai conflitti e dagli attentati terroristici.
Uno, assai grave e spavaldo nella sua ideazione e realizzazione, è avvenuto ieri a Lahore, grande e antica città tra le più importanti.
Il bilancio non è ancora certo, ma si parla di decine di morti e di centinaia di feriti.
La strage era stata però progettata per essere ancor più sanguinosa.
L’obiettivo non era da poco, trattandosi degli edifici destinati ad ospitare polizia e forze di sicurezza pachistane, siti in un quartiere frequentato anche per la presenza di altri servizi nella zona di Civil Line.
I militari fanno stentato di sventare la minaccia riversando verso il commando terrorista una vera e propria gragnola di proiettili.
Tutto ciò non ha tuttavia impedita a una camionetta ripiena di esplosivo, di andarsi a schiantare sulle barriere poste a difesa delle sedi.

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