Obama e la palude afghana
L’Afghanistan non è solo un problema e un imbuto per noi e la nostra classe politica.
Per gli Stati Uniti è ancora peggio, sia in termini di esposizione e di responsabilità, che di impegno e di vittime.
Noi piangiamo i nostri caduti ma là, oltre oceano, di bare, di corone, di pianti e di tristezze se ne conoscono, vedono e patiscono ben di più.
Il quesito è quindi più pressante ancora.
La stanchezza è diffusa nell’opinione pubblica americana che non ne può più.
Già in Irak ha subito perdite consistenti: altro che l’11 settembre!
In terra afghana non va meglio e i conti puntato al rosso.
Obama è intervenuto ieri in una trasmissione giornalistica della rete CBS.
Ha un bisogno matto di spiegarsi e di convincere.
Intervistato da Lettermann su più problemi ha dovuto anche intervenire sul pasticcio afghano.
Il motivo gli era stato già fornito dal capo spedizione, generale Mac Crrystall, il quale ha inviato un documento alla Casa Bianca ma ha anche affermato esplicitamente più volte che per vincere il conflitto gli occorrono forze maggiori: trenta/quarantamila soldati in più
Il presidente sa che gli americani non ne vogliono sapere e ha detto che solo un chiarimento nelle strategie lo potrà spingere a inviare nuove truppe.