Politica e mafia: troppe contiguità

Molti non si stupiscono se si testimonia che ai tempi delle di Falcone e , proprio nel breve tempo intercorso tra i due eccidi. si sarebbe verificata una trattativa tra Stato e organizzazione mafiosa.
Alcuni lottano e muoiono, altre cedono in una ambiguità che spiega numerosi .
Perché si sia pensato a un possibile ponte, occorre che un intero passato ne abbia favorito l’emergere.
Di patti taciti e prossimità tra Stato e malavita si hanno testimonianze che si perdono nel tempo.
Nemmeno la dittatura fascista, con i suoi sforzi di accentramento, riuscì a domare la bestia.
Gli americani trattarono, è risaputo, con Cosa Nostra, per garantire un buon esito dello sbarco in Sicilia, nel corso dell’ultimo conflitto mondiale.
Al termine della guerra i mafiosi furono lasciati fare, nell’ostacolo che ponevano a una possibile rivolta contadina contro i latifondisti parassiti e a una penetrazione nell’isola dell’ideologia comunista.
Dopo di che vennero gli affari e le reciproche convenienze a far sì che politica e mafia convivessero e spesso si scambiassero favori, non solo in Sicilia.
Anche la camorra e la n’drangheta impararono la lezione, maturata appieno negli anni Ottanta dello scorso secolo.
Qualcuno di certo ricorderà il sacco seguito alla distribuzione dei fondi per il terremoto dell’Irpinia, nei risvolti che interessarono soprattutto Napoli.

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Papello o non papello la trattativa con la mafia c’è stata

Benedetto o piuttosto maledetto papello, non si capisce nemmeno se la versione data sia autentica oppure no.
A dubitarne è l’ex presidente della Camera e magistrato Luciano Violante che lo critica in quanto farebbe cenno a temi, quali il 41 bis e la dissociazione che, nei giorni di cui si tratta, non avevano ancora una definizione chiara.
Il sospetto va a manovre torbide che si agiterebbero in sottofondo e a possibili versioni diverse dello stesso documento sui cui i giudici dovrebbero vagliare con somma attenzione.
L’ha scritto di suo pugno Totò Riina?
Non potrebbe averlo invece costruito Vito Ciancimino per potersi meglio accreditare e ottenere benefici dallo Stato?
E come si spiega l’attuale agire del figlio, nel portare alla luce un testo controverso?

Aldilà dei pur legittimi dubbi e dei tanti tasselli che mancano per una ricostruzione seria, il panorama non muta.
Un tentativo di tra istituzioni e mafia c’è stato.
Starà ai magistrati di Palermo e Caltanissetta capirne e provarne i risvolti e i contorni, ma il fatto c’è e le testimonianze fioccano.
Buona ultima è giunta quella del procuratore antimafia Piero Grasso, il quale lo dà per compiuto e afferma che avrebbe salvato la vita di diversi ministri, tra cui gli stessi Andreotti e Martelli.
Tentativo dunque, posto in opera per superare la stagione delle stragi, mediando sul trattamento di prigionieri e familiari.
A farne le spese sarebbe stato il giudice Borsellino che più che probabilmente non gradiva.
Anche qui fioriscono nuove ricostruzioni dei familiari che tendono a tratteggiarlo come teso e preoccupato in quei suoi ultimi giorni, sicuro di essere spianto e sotto tiro.

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Stato e mafia: crescono le prove della trattativa

Le prove di una trattativa che sarebbe avvenuta tra e mafia nel periodo in cui vennero uccisi Falcone e , si fanno sempre più convincenti.
L’avvocato di Massimo Ciancimino ha consegnato ieri alla Procura di Palermo il famoso elenco in dodici punti.
Esso conterebbe le richieste dei corleonesi alle istituzioni per porre fine alla sanguinosa stagione delle stragi.
Al centro della trattativa ci sarebbe Vito Ciancimino, già sindaco del capoluogo siciliano, politico potente e ben introdotto, condannato per mafia e morto nel 2002.
Uno dei canali di relazione avrebbe visto come protagonista il comandante dei Ros Mario Mori.
Si parla anche di una copia del documento in questione che gli sarebbe pervenuta a cura dello stesso Ciancimino da girare pio ai “politici”.

Il quadro a mano a mano si compone, grazie anche alle testimonianze dello stesso Massimo Ciancimino e di Claudio Martelli alla trasmissione “Annozero” della scorsa settimana.
Ormai è abbastanza confermato quanto si sospettava, ma avremmo preferito non dover riconoscere.
Un tentativo di trattativa c’è e ad alti livelli.
I provvedimenti duri contro i mafiosi vennero frenati, per poi riprendere corso, allorchè i tentativi d’intesa fallirono.
I corleonesi, sembrerebbe,chiedevano troppo.
, anche questo è emerso, probabilmente sapeva, si è forse messo di mezzo ed è ammazzato.
Dovrà chiarirlo la Procura di Caltanissetta che sta procedendo nelle indagine.

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Prime aperture sul nucleare iraniano

Quando la demagogia lascia il posto alla e alla realtà i risultati si vedono.
Bene hanno fatto gli Stati Uniti a non insistere sulle sanzioni possibili, senza prima aver ascoltato i propri interlocutori sotto accusa.
Corretto il comportamento degli iraniani, i quali hanno invitato gli esperti dell’AIEA nel proprio paese per le previste verifiche.
In poco tempo trent’anni di freddezza e di totale incomunicabilità sono stati superati da un dialogo franco ma produttivo.
Lo affermano tutti i partecipanti ai colloqui di Ginevra sul nucleare di Teheran.
La riunione ha interessato i cosiddetti (USA; Russia, Cina, Gran Bretagna Francia e Germania) e i rappresentanti della repubblica islamica.

Obama ha parlato di un messaggio chiaro e univoco inviato dalla comunità internazionale al regime degli ayatollah
I suoi negoziatori hanno tuttavia ben accolto la nuova disponibilità iraniana, che ha anche compreso la proposta di far arricchire presso un paese terzo (prevedibilmente la Russia) il proprio uranio.
La Francia ha insistito con forza nel chiedere l’immediata apertura del sito tenuto alle ispezioni.
E’ probabile che venga accontentata.
I contatti verranno comunque ripresi prima delle fine di ottobre ma importante è che l’atmosfera sia stata serena e favorevole allo sviluppo di intese concrete.

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Un grande problema per un enorme pretesto

Ahmadinejad, l’abbiamo appena visto, torna spesso sul conflitto tra israeliani e palestinesi e ci ricama la sua retorica.
Non solo: raccoglie e fomenta le masse.
Bin Laden ha di recente inviato un messaggio agli americani in cui li ammonisce a non proseguire nel loro appoggio a Israele.
Saddam Hussein, nelle sue ultime battaglie perdenti si era fatto difensore strenuo del palestinesi.
Estremista che trovi, di quel nodo ti parlerà e della palingenesi si farà paladino.
Un enorme problema è diventato un facile pretesto su cui si giocano .
La prima è per il controllo dell’area islamica e per la leaderschip sull’intero Medio Oriente.
La seconda si svolge tra le diverse sigle dell’estremismo islamico e ci combina con quanto precede.
La terza riguarda gli equilibri interni ai diverse paesi e regimi: prendersela con lo ebraico significa spostare su un nemico esterno ben riconoscibile le proprie tensioni.

Il riverbero di quanto accade a Gerusalemme e dintorni, assale il Libano, sconfina in tutta l’area islamica, dall’Asia all’Africa, si diffonde in Europa, varca l’oceano e pervade gli Stati Uniti.
Non si può sfuggirgli, anche se in realtà parliamo di paesi che non hanno speciali risorse e contano pochi milioni di persone,
Sembrerebbe assurdo centralizzarvi gli equilibri planetari.
I simboli, però, valgono spesso più dei numeri e in quell’area ve n’è una concentrazione fatale.

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L’ Afghanistan divora sei nostri soldati

Devo purtroppo tornare sull’ e il motivo è più che serio e ci coinvolge.
Questa mattina un’autobomba è scoppiata nel quartiere diplomatico di Kabul, mentre passavano due camion Lince delle forze armate italiane.
Sei , appartenenti alla , sono deceduti; altri quattro risultano feriti, ma non sembrano versare in gravi condizioni.
Quanto ai civili coinvolti, non si hanno ancora notizie certe.
L’attentato ha avuto la sua solerte rivendicazione: compiuto dai talebani.

Il primo pensiero va ai morti, ai feriti e alle loro famiglie, cui spetta tutta la nostra solidarietà.
Non erano lì per far male, ma per servire per quanto potevano, come gli altri 450 loro commilitoni nella zona di Kabul.
Il contesto non aiuta e qui sorgono le domande politiche.

L’episodio conferma come le cose, in terra afgana, siano cambiate in peggio in questo ultimo anno.
Noi veniamo colpiti, ma accade anche e di più ad altri contingenti militari della coalizione e ovunque ci si chiede ormai che senso abbia.
Di come siano andate le elezioni in quel paese, vi ho detto in un precedente articolo e non consola.
Senza un esecutivo forte, onesto e davvero rappresentativo che si può fare in questi paraggi, dove le divisioni etniche e culturali sono molteplici?
E poi quale politica seguire, laddove il puro intervento armato mostra tutti i suoi limiti?
C’è da tempo chi spinge per una trattativa con i talebani più moderati.
Potrebbe sembrare difficile trovarli o somigliare a un cedimento, ma riflettete: non si tratta di pochi invasati, ma di una componente forte e diffusa, rappresentativa di parte della popolazione.
Non li chiamiamo terroristi: alcuni lo sono, altri risultano essere autentici criminali, altri ancora appaiono semplici ribelli.
Occorre sempre discriminare e voler capire con chi si ha a che fare.
Altrimenti si costruisce invano.
L’ è un labirinto non da oggi, può fare impazzire chiunque ed è un mondo che va compreso: altrimenti ci si condanna a non risolvere nulla.

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Cosa bolle in pentola alle procure che Berlusconi accusa?

Come mai il premier riapre il fuoco contro le cosiddette procure nemiche?
Perché cita le nuove inchieste sulle stragi mafiose, come un tentativo di riesumare il passato per colpirlo alle spalle.
Le indagini non sono nate a caso e interessano gli uffici giudiziari di Milano, Firenze, Caltanissetta e Palermo.
Si tratta di un fronte molto largo così come era ampio quello aperto dalla con le uccisione di Falcone, Borsellino e delle relative scorte e tramite gli attentati a diversi edifici artistici e pubblici.
Il quadro che sta emergendo propone ricostruzioni molto interessanti.
Nuovi testimoni come il pentito Gaspare Spatuzza e Massimo Ciancimino, figlio dell’èx sindaco di Palermo colluso con Cosa Nostra, recano notizie tali da far sobbalzare numerose poltrone.
Parlano di una sorta di trattativa intervenuta tra lo Stato e la , condotta tramite personaggi dei servizi segreti che si sarebbero incontrati e accordati con i boss.
Inducono il dubbio che lo stragismo sia stato messo in campo anche per screditare il sistema politico di allora e indurre nuove soluzioni più favorevoli.
E proprio qui comparirebbe il sostegno dato ai passi iniziali di Forza Italia.

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Ahmadinejad e la sua splendida democrazia

Splendida e succosa conferenza stampa.
non si scompone e non tradisce.
E’ in atto una svolta meravigliosa e lui ne è il protagonista: tutti avanti verso un nuovo Iran.
Le ultime elezioni sono state una prova di convincente e : chi non è d’accordo è un servo degli stranieri.
Peccato, d’altra parte, che gli occidentali abbiano fomentato rivolte prive di senso e di sostegno popolare.
Alla fine, non sono però riusciti nel loro intento di mettere i difficoltà la sempre verde Repubblica Islamica.
Come si fa a dire che hanno cambiato musica.
E sullo sfondo vediamo stagliarsi la figura di Obama, che pure si è mostrato piuttosto prudente nei confronti della crisi iraniana.
Il presidente persiano è disposto a sfidarlo in un dibattito pubblico, magari in occasione della prossima venuta a New York, per il lavori delle Nazioni Unite.

non chiude comunque la porta alla trattativa.
Si dichiara disponibile a discutere di imprecisati problemi mondiali con il 5+1 dell’ONU (Stati Uniti, Cina, Russia, Gran Bretagna più la Germania).
Sul tema centrale degli eventuali colloqui, ovvero sulla proliferazione nucleare, non ha detto nulla.
Chiaro che non vuole rinunciare ai suoi progetti atomici, pacifici secondo quanto vuol far credere, dubbi per tutti, intollerabili per Israele.
Ha inoltre chiarito che considera eventuali, nuove sanzioni, uno modo obsoleto e per nulla efficace di premere contro una nazione libera.

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Afghanistan: bastasse il voto!

Bastasse il voto a realizzare una democrazia!
Quel che accade in Afghanistan dimostra quanto è lungo il cammino per giungere a un sistema corretto e funzionale di equilibrio politico.
Troppe candidature, troppe potenti a disputarsi la piazza, distinzioni etniche che contano, eccome!
Ed ecco infine, i due principali protagonisti, Karzai e Abdullah, che fanno dichiarazioni non richieste e non comprovate sulla propria certissima vittoria.
E’ forse un metodo per condizionare lo spogli e farlo giungere dove si vuole?
L’Iran dimostra che dove certi gruppi hanno un eccessivo potere, l’intero processo, dal voto alla proclamazione dei risultati, è di per sé pieno di dubbi.
Gli osservatori e i rappresentanti dell’Unione Europea hanno invocato prudenza e responsabilità.
Devono averne viste e sapute delle belle!

Sotto sotto cova il fuoco delle : Karzai rappresenta il centro del paese, Abdullah il nord tagiko.
Se gli esiti non fossero convincenti e condivisi, si aprirebbero nuovi problemi in un territorio già diviso e a strati come una torta di nozze.
Nei fatti quel che non sono riusciti a compiere integralmente i talebani, potrebbero ottenerlo, loro malgrado, i protagonisti delle parziale democrazia afghana: screditare i sistema.
Sarebbe un peccato perché la partecipazione al voto, seppure non oceanica e forse inferiore ai primi dati diffusi ieri, è stata comunque ragguardevole, viste le condizioni oggettive.
Bisogna quindi fare attenzione a non eccedere in ottimismo.

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INNSE: la svolta è compiuta

E allora tutto bene per la INNSE? Ma sì, forse tutto bene.
La trattativa per il passaggio di proprietà è durata, ma non c’era da farsi illusioni.
Il tutto e subito quasi mai è possibile.
C’era da mettere d’accordo molti protagonisti ed esserci riusciti è motivo di vanto.
Dal prezzo dell’operazione, alla tipologia di contratto, alle sicurezze per la manodopera e per il futuro dell’azienda molta e dura era la carne al fuoco.
Ora tutto riparte.
Auguri allora al nuovo acquirente, il bresciano Camozzi che ha avuto parole di rispetto e di comprensione per la protesta degli .
Addio senza nostalgia al gruppo che in pochi mesi è passato dall’acquisto agevolato alla volontà di rilascio senza copertura.
La rivolta e la pressione dei lavoratori ne ha fermato la logica puramente affaristica e per nulla sensibile alle sorti delle persone.
Il trattare è divenuto obbligatorio, la Prefettura ha fatto il suo lavoro, la Aedes, proprietaria delle aree, ha collaborato, sindacati e hanno discusso e infine l’intesa è riuscita.
I quattro sono scesi dalla gru che li ha ospitati per ben cinque giornate, notte e giorno, accompagnati dal delegato Fiom che aveva deciso di condividerne le sorti.

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